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Vecchio 30-04-09, 21:28   #1 (permalink)
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L'EDITORIALE

Un innovatore chiamato Bettino Craxi


http://iltempo.ilsole24ore.com/2009/...no_craxi.shtml

Nove anni fa moriva Bettino Craxi lasciando un vuoto e una ferita nella sinistra italiana. Morì lontano dalla patria, dove l'aveva portato la persecuzione giudiziaria che aveva fatto di lui il mostro simbolico del malaffare italiano, morì senza che la classe politica del tempo avesse il coraggio di trovare una soluzione dignitosa per un rientro in Italia che forse gli avrebbe garantito quelle cure che potevano salvargli la vita.


Con Craxi muore il partito socialista italiano, all'ultima stazione di una storia grandiosa. Muore il Psi che si è definitivamente affrancato dal cugino comunista e che assiste senza trionfalismi allo sfacelo dell'ideologia che ha dominato la sinistra mondiale per mezzo secolo, muore il Psi che contende alla Dc la guida del Paese. Il doppio miracolo, l'emancipazione definitiva dal Pci prima del crollo del muro di Berlino e la competizione con una Dc devastata dall'assassinio di Aldo Moro, è merito di una persona sola: Bettino Craxi. Per molti anni le celebrazioni di Craxi sono state affidate alla cura dei parenti e degli amici più cari. Tuttora vi sono settori della sinistra che mal sopportano un giudizio equanime sulla sua opera e vi sono alleati della sinistra, come il partito di Di Pietro, che si gonfiano come pavoni nel disprezzo del leader socialista. Eppure Craxi ha rappresentato una delle grandi personalità di questo Paese e nella sinistra italiana probabilmente è stato il leader che ha avuto più frecce nel proprio arco.


La quantità di intuizioni che dobbiamo a Bettino Craxi appare oggi impressionante. In primo luogo con Craxi nasce per la prima volta un partito socialista riformista che è parte integrante della cultura socialdemocratica europea "senza se e senza ma". L'avvento di Craxi è l'avvento di una stagione del socialismo libertario e liberale che sdogana gli uomini del dissenso dell'Est europeo, che offre solidarietà alle vittime cilene di Pinochet e che stringe amicizia con un Arafat che cerca di sganciarsi dal terrorismo (ma che non volle farlo fino in fondo).

L'emancipazione del socialismo di Craxi dal comunismo è totale e persino più profonda delle svolte di Nenni e Saragat. Craxi prende di petto il Pci e gli pone il problema del legame internazionale e dei connotati ideologici. Lo sfida al cambiamento e gli offre, nel momento della crisi finale dell'ultima stagione di Gorbaciov, l'opportunità di un'unità socialista. Malgrado il Pci lo combattesse aspramente e lo descrivesse come l'uomo più pericoloso del Paese, Craxi fu generoso con gli eredi di Berlinguer e favorì il loro ingresso nell'Internazionale socialista. Al tempo stesso Craxi capisce che il sistema bipolare anomalo fondato su una Dc condannata a governare e un Pci condannato ad essere il più forte oppositore non ha più ragione di essere e cerca di dar vita a una socialdemocrazia che soppianti i due partiti maggiori e fondi un nuovo sistema politico. Questa visione si accompagna alla modernizzazione dell'economia che lo portò alla battaglia della scala mobile e all'idea di una modernizzazione del sistema istituzionale che lo portò alla Grande Riforma. Fu sua, prima di Berlusconi, l'intuizione di sdoganare quel Msi che, con l'omaggio di Almirante ai funerali di Berlinguer, aveva provato di volersi inserire in via definitiva nel gioco democratico.


Oggi a sinistra molti gli riconoscono il coraggio istituzionale ma negano le altre intuizioni. È una lettura sbagliata del craxismo. Craxi è stato l'ultimo grande innovatore della Prima Repubblica. Il suo testamento finale, quel discorso parlamentare dedicato a Mani Pulite, lo vede proteso a chiedere ai partiti uno scatto di autocritica e di orgoglio che avrebbe risparmiato all'Italia tante false rivoluzioni e tante sofferenze. Paradossalmente più si allontana la data della morte, più si affievolisce la polemica attorno alla sua figura, più ci si accorge come sarebbe stata utile la sua presenza oggi. Non spetta a me dire se Craxi sarebbe andato con Berlusconi o no. Se ho capito qualcosa di lui, ho capito che non avrebbe mai rinunciato all'obiettivo centrale della sua vita, quello di dare al Paese una forza socialista moderna, un partito con molti punti di contatto con il Partito democratico americano ma un partito del socialismo europeo. Questo è l'appuntamento che hanno mancato coloro che hanno guidato la sinistra dopo Craxi. Lo stesso fallimento del Pd nasce dalla liquidazione arbitraria e violenta dell'esperienza socialista italiana. Ecco perché Craxi non ha lasciato eredi.
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Vecchio 30-04-09, 21:30   #2 (permalink)
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Bettino Craxi:
"IL MEMORIALE"
http://www.socialisti.net/node/491

CraxiNei giorni prima di morire Bettino Craxi aveva affidato al cognato Paolo Pillitteri il testo di un lungo documento dedicato alle vicende di tangentopoli. I giornali lo hanno definito un "testamento politico" ma in realtà si tratta di un promemoria di trenta cartelle dattiloscritte che dovrebbe servire come base di lavoro per l'istituenda commissione parlamentare d'inchiesta su tangentopoli. Non è comunque nemmeno un testo completamente nuovo, ma la riedizione di un precedente documento già reso noto circa un anno fa.
Qui di seguito ne pubblichiamo una sintesi con i passaggi più significativi



"Di finanziamenti non dichiarati ha certamente beneficiato gran parte della classe politica, ivi compresi quindi buona parte di coloro che in questi anni si sono messi le maschere e i panni del moralizzatore. Ce n'è in circolazione un numero notevole a rendere ancor più falsa e paradossale l'attuale situazione. Vi sono alcuni tra questi che lo hanno fatto sino a quando non sono stati smascherati. Altri lo continuano a fare, sino a quando, nonostante tutte le protezioni, non finiranno con il subire la stessa sorte di altri, com'è possibile e naturalmente auspicabile che avvenga, anche se ormai tanto materiale è finito in cavalleria e per riesumarlo occorrerebbero ricerche molto impegnate. men Il Psi partecipava a questa forma di finanziamento ricevendone vantaggi ma con caratteri e con un ruolo tuttavia assolutamente minore. Il complesso del sistema economico, a partire dalle sue entità maggiori e significative partecipava con l'erogazione diretta di mezzi finanziari e attraverso altre forme indirette di appoggi, ed anche nel campo dell'informazione, della pubblicità e dei servizi, al sostegno e anche allo sviluppo del sistema politico democratico e delle sue attività politiche, associative, culturali, formative, propagandistiche, elettorali. Parimenti il sistema economico esercitava sul sistema politico e sulle sue decisioni una azione di condizionamento che era maggiore o minore in relazione alla capacita' ed alla forza di autorità e di autonomia dei diversi soggetti politici. Quando si trattava di decisioni che potevano avere effetto sull'attività produttiva o riguardavano programmi di enti sociali, veniva ricercata e spesso ottenuta anche l'influenza e l'accordo di interlocutori del mondo sindacale e sociale anche con contributi finanziari volti ed effettuati in questa direzione. In taluni casi, rappresentanze sindacali anche di livello nazionale ricevevano perciò, in forma diretta o indiretta, contribuzioni in forma periodica ed anche continuativa. Quindi l'ex segretario socialista esprime il suo giudizio sulle leggi per il finanziamento pubblico dei partiti che, dice: in realtà non riuscirono affatto a modificare di molto la situazione" poiché i partiti si trovavano sempre di fronte ad un aumento crescente dei fabbisogni e delle spese, mentre "i contributi dello Stato erano d'altra parte già in partenza del tutto inadeguati e per di più non indicizzati. La ricerca di mezzi finanziari per sostenere e alimentare le attività' politiche in tutte le loro diverse espressioni, invece di ridursi era sollecitata ad allargarsi, sia ripercorrendo le vie consuete che individuandone di nuove. In questo modo finivano con l'ampliarsi anche aree contigue ed oscure entro le quali questa ricerca di mezzi finanziari, fatta in nome e per conto dei partiti, spesso si trovava ad agire in modo incontrollato e difficilmente controllabile. E, all'interno di aree oscure, diventava molto difficile impedire il diffondersi, in livelli diversi, di degenerazioni e di corruttele di molteplice natura". Paradossalmente mentre da un lato si riduce e si isterilisce il ruolo associativo dei partiti, e quindi l'attività dei suoi membri, dall'altro tende ad aumentare il numero degli iscritti e si affaccia cosi' il "mercato delle tessere". Per anni, i partiti hanno dato mostra di aver regolato la materia del proprio finanziamento attraverso le leggi sul finanziamento pubblico dei partiti. Ma la realtà delle cose era ben diversa. Il finanziamento dei partiti ha sempre continuato a mantenere caratteri di irregolarità' e di illegalità. Il finanziamento pubblico si riassumeva in una cifra complessiva che non aveva nessun rapporto con le dimensioni reali del problema che si proponeva di risolvere. Queste violazioni di legge, su cui in buona parte si e' fondato poi il processo di criminalizzazione della democrazia repubblicana, definita come Prima Repubblica, avvenivano sulla base di una complicità' e di un consenso pressoché unanime. Ne erano consapevoli certamente le maggiori cariche istituzionali dello Stato nelle quali si alternavano del resto personalità che a loro volta avevano ricoperto impegnative responsabilità politiche e partitiche". Faccio solo l'esempio dell'ultimo presidente della Camera Napolitano, divenuto poi anche ministro degli Interni, che, avendo ricoperto per anni l'incarico di ministro degli Esteri del Pci, non poteva di certo non essere a conoscenza del fatto che le entrate del suo partito si componevano anche di flussi finanziari, provenienti dall'Urss e dai Paesi dell'impero comunista e che questi non figuravano certo nei bilanci di partito presentati al Parlamento. Faccio l'esempio del presidente del Senato, il defunto Spadolini, che avendo per anni diretto il Partito Repubblicano, non poteva non sapere che il suo partito non viveva solo delle quote degli iscritti e delle sottoscrizioni, e che ciò che si aggiungeva di straordinario non figurava puntualmente nei bilanci presentati al Parlamento. Faccio l'esempio dell'attuale presidente del Senato Nicola Mancino, tempo addietro presidente alla Camera e al Senato dei gruppi parlamentari della Dc, che in materia di conoscenza del sistema di finanziamento alla Dc, dei suoi gruppi e dei suoi parlamentari non era certo a digiuno. Sarebbe far torto alla sua intelligenza ed alla sua onestà. Faccio l'esempio dell'ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, eletto per tredici volte deputato della Democrazia Cristiana. Tredici campagne elettorali bastano e avanzano per capire come funzionavano le cose". Nessuno, salvo forse, in qualche caso, qualche voce isolata in Parlamento e nel dibattito politico pubblico ha per anni, anzi per decenni aperto porte e finestre su di una questione tanto delicata. La questione era d'altra parte anche scottante e nessuno si e' mai voluto scottare. Non e' stata cosi' denunciata con la forza necessaria l'anomalia, l'irregolarità, la illegalità complessiva della situazione. Sta di fatto che i partiti, pur presentando in Parlamento per decenni, bilanci che non corrispondevano al vero, e cioè bilanci falsi, non sono mai stati fatti oggetto da parte di nessuno di denunce per le loro gravi irregolarità. I partiti di opposizione di regola non denunciavano i partiti di governo ed i partiti di governo non denunciavano i partiti di opposizione. La complicità in questo senso era totale o quasi". La democrazia repubblicana approvava il proprio modo di vivere, almeno in questo campo si assolveva per le violazioni sulla legge del finanziamento e pur essendo consapevole delle irregolarità del sistema preferiva andare avanti per quella strada piuttosto che por mano ad una legislazione più consona tanto eventualmente nel senso di contributi pubblici più adeguati, che nel senso di una maggiore libertà nella raccolta di fondi volontari che in direzione di un più efficace ed effettivo sistema di controlli. Su questo stato di cose è stato avviato, organizzato, sviluppato ed esteso a tutto il Paese un progetto di criminalizzazione strumentale, che ha manipolato e mistificato la realtà dei fatti. Allora a questo punto mi chiedo come sia possibile credere o far credere che la magistratura ed altri apparati dello Stato ignorassero ciò che avveniva anche sotto i loro occhi, non nel caso di una particolare stagione, ma addirittura nel corso di decenni. C'è da chiedersi come sia stato possibile che mentre per bocca della stessa magistratura questa pratica veniva definita 'notoria e costante', contemporaneamente non veniva promossa l'azione penale per le violazioni della legge sul finanziamento dei partiti. Ciò che e' singolare invece e' che improvvisamente, in forme violente e anche e soprattutto discriminatorie, si siano scoperchiate parti significative del sistema di finanziamento illegale dei partiti e delle attività politiche, e si sia dato vita ad un processo di criminalizzazione con ritmi crescenti, seguendo sovente cadenze proprie di una orologeria politica, con particolare accanimento diretto soprattutto in alcune direzioni, mentre ad altre veniva riservato un trattamento ben diverso e molte venivano sottaciute, ignorate o addirittura sfacciatamente oscurate e protette. Il trionfo della regola dell'ingiustizia consistente nell'uso di due pesi e due misure". Nel 1989 il Parlamento varò un'amnistia, nella quale fu fatto comprendere il finanziamento illegale alla politica. Dice in proposito Craxi: L'amnistia non incontro' di certo forti ostacoli. Passò diritta filata, alla chetichella e sembra neppure con un voto di aula ma addirittura con un voto in Commissione. Una amnistia lampo. Parliamo di qualcosa che e' diventata invece, dopo d'allora, solo a nominarla, una specie di peccato mortale, di offesa alla civiltà del diritto, di scandalosa distorsione della giustizia. Non ci furono allora alti lai di eguale natura. La piazza non si scompose, i palazzi non si scomposero, i grandi moralizzatori di professione non entrarono in campagna. Il colpo di spugna invece ci fu. Fu rapido, efficace, risolutivo. Il grande crimine riguarda invece allora gli anni '89-'92. Incredibile ma vero. Spesso e' dalla categoria degli amnistiati dell'89 che vengono poi i censori più spietati e i demagoghi più sfacciati”.



Bettino Craxi
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Vecchio 30-04-09, 21:31   #3 (permalink)
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Benvenuto compagno
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Benvenuto!!!!!!!!!!Lode e Gloria eterna a Bettino Craxi!!!!
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grazie compagni; io credo che i tempi di Craxi furono fra i più felici che l'Italia abbia mai vissuto per progresso economico e sociale; ancora non è nato chi può raccogliere la sua eredità social-liberale
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Vecchio 30-04-09, 23:27   #8 (permalink)
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Torino, 29 marzo 1978: Relazione congressuale di B. Craxi
Uscire dalla crisi. Costruire il futuro

http://www.craxi.net/

Relazione congressuale 41° Congresso PSI - Torino, 29 marzo 1978

Care compagne, cari compagni,
la nostra presenza a Torino ci riempie l'anima di commozione e di orgoglio.
La commozione accompagna l'omaggio che rendiamo alla memoria di tutti
coloro che in questa città, forte e civile, hanno pagato con la vita il loro
amore per la libertà, la loro fedeltà al dovere verso le istituzioni repubblicane.
Ricordiamo i morti di ieri e le vittime di questi mesi. Voglio ricordare un
amico: Carlo Casalegno, le altre vittime innocenti che lo hanno preceduto e
seguito nella tragica spirale culminata nella strage di Roma e nel rapimento
di Aldo Moro.
Essi rappresentano per noi il volto della democrazia civile e pacifica, i loro
assassini, il volto delle barbarie. Noi siamo qui a Torino, amici fra amici per
esprimere la nostra solidarietà al popolo torinese, ai suoi rappresentanti a
tutte le forze della Repubblica.
Siamo qui a chiedere, delegati socialisti di ogni parte d'Italia, che siano moltiplicati
gli sforzi per raggiungere i colpevoli.
Chiediamo che nel processo di Torino la giustizia, per nessuna ragione, arresti
il suo corso. Giudichi, lo faccia in modo giusto e che giustizia sia fatta.

Torino nella storia del movimento operaio
Il motivo di orgoglio nasce dalla consapevolezza che anche la storia del
nostro partito si mescola e per tante parti si identifica con la storia del movimento
operaio e dell'antifascismo torinese.
Qui a Torino si presentava candidato socialista nel lontano 1892, Camillo
Prampolini, ancor prima che nascesse la prima sezione socialista torinese
sotto la guida di Oddino Morgari, mentre aderivano al nascente Partito
socialista intellettuali come Edmondo De Amicis, Cesare Lombroso, Giuseppe
Giacosa, Arturo Graf.
L'"andata al socialismo" di intellettuali e professori dell'Università di Torino
acquistava un significato particolare. Più tardi Gramsci dirà che si andava
"a scuola della classe operaia" così come capitava a lui e agli altri giova-
della libertà sindacale nella fabbrica, nell'azienda, nel campo, nei pubblici e
nei privati uffici".
E ancora: "si limitano o si sopprimono i diritti dell'operaio, del contadino e
dell'impiegato sul luogo del lavoro, tentando di imporgli come deve votare,
almeno nella fabbrica e nell'azienda, cosa deve leggere, o perlomeno non
leggere, cosa deve dire o perlomeno tacere".
Era questa la situazione dopo gli anni duri del dopoguerra delle aspre divisioni
e della repressione antisindacale.
A 23 anni di distanza possiamo fare un bilancio del balzo in avanti compiuto
dalla società italiana nel campo delle libertà politiche e sindacali. Non è
stato il frutto di una evoluzione naturale e spontanea. Questa trasformazione
democratica è stato il risultato di lotte accanite, tenaci e coraggiose. Chi
troppo spesso e disinvoltamente scrive la storia del Partito socialista con un
susseguirsi di fallimenti e di sconfitte dimentica il contributo che abbiamo
dato a queste lotte, dimentica che tanta parte delle conquiste del mondo del
lavoro si debbono all'apporto socialista.
Esso fu decisivo nel determinare, partendo proprio dal Congresso di Torino,
una svolta democratica nella vita politica nazionale che maturò negli anni
successivi.
Dimentica l'apporto principale all'impresa più significativa nel campo dei
diritti del lavoro e che si concretò nello statuto dei diritti dei lavoratori al
quale il Psi ha legato con il suo, il nome di Giacomo Brodolini.
Nenni parlava allora della "costituzione calpestata" denunciando la mancata
attuazione delle Regioni, della Coste costituzionale, del Consiglio superiore
della Magistratura, del referendum popolare.
L'edificio costituzionale sarà avviato al completamento negli anni successivi
in gran parte per l'impulso e l'iniziativa dei socialisti e per le condizioni
che essi posero alla base della loro partecipazione a coalizioni di governo.
Il Congresso di Torino fu sotto certi aspetti un congresso di transizione. Il
Psi cominciò da allora a forzare il blocco del muro contro muro, raccogliendo
una aspirazione al cambiamento e a una politica nuova che iniziava
ad avere autorevoli interpreti anche in campo cattolico e democristiano.
A Torino il Psi impostò gli elementi costitutivi di una nuova politica incoraggiato
in questo dall'atteggiamento delle correnti socialiste europee più
insofferenti delle esasperazioni e degli effetti dannosi della logica dei blocchi
contrapposti.
Sul piano internazionale la accettazione delle alleanze stipulate dall'Italia
secondo la formula della "interpretazione genuinamente difensiva e geograficamente
ben delimitata dal Patto Atlantico", e una visione più aperta dei
problemi e delle prospettive dell'Europa.
Sul piano interno fu posto il problema dell'apertura a sinistra come "un dialogo
possibile", un "riavvicinamento dei socialisti con il movimento cattolico",
"un allargamento della base democratica su cui si regge lo Stato", "una
ni socialisti di Torino quando vedevano passare i cortei di lavoratori per Via
Po, davanti all'Università, per andare ai comizi al parco Michelotti per i
grandi scioperi a tempo indeterminato nel 1911 e nel 1912.
In prima linea nella difesa della linea pacifista del partito, per una sommossa
a Torino nel 1917 furono processati dal Tribunale militare il direttore dell'Avanti!
Serrati, il cooperatore Francesco Barberis ed altri operai socialisti.
Il movimento dei consigli di fabbrica e la resistenza all'avvento del potere
fascista furono un momento eroico del movimento operaio torinese.
Gli squadristi di Brandimarte dovevano attendere la marcia su Roma per
compiere la strage di Torino nel dicembre 1922.
Un ano dopo, di Mussolini che visitava di persona la Fiat, notava Piero
Gobetti: "Il presidente ha aspettato dodici mesi, vuol trovare i ribelli addomesticati,
la città regale in camicia nera"; ma il suo discorso fu accolto dal
silenzio ostinato degli operai.
Nel 1927 si ricostituisce a Torino la prima unità di azione antifascista tra
socialisti e comunisti, si ricostituisce la prima Camera del lavoro clandestino,
mentre il più autorevole dirigente sindacale piemontese, Bruno Buozzi
inizia a raccogliere nell'emigrazione in Francia le file dell'organizzazione
sindacale.
Nello stesso anno un pugno di socialisti repubblicani democratici dà vita
alla "Giovane Italia" che si collega con il "Centro-esterno" anche attraverso
visite a Torino di Fernando De Rosa e di Sandro Pertini. Nella lunga lotta
clandestina della Resistenza il centro torinese opererà in stretto contatto con
il "Centro-interno", "Giustizia e Libertà" con Vittorio Foa a Torino e Riccardo
Lombardi a Milano.
Fu più tardi lo stesso Morandi nel pieno della grande lotta dei partigiani piemontesi
a venire a Torino per dirigere lo sciopero insurrezionale nell'aprile
1945.
Una grande tradizione di lotte, del movimento operaio e dell'antifascismo,
un grande contributo di sangue e di sacrifici del movimento socialista e del
nostro Partito.
È al coraggio e alla coerenza di queste tradizioni che dobbiamo ricollegarci
per essere aiutati ed affrontare con salda energia morale e con onestà di analisi
i problemi che ci stanno di fronte.

Torino: il Congresso del 1955
Ventitré anni or sono si apriva a Torino il 31° Congresso del Partito socialista.
Nella sua relazione l'allora segretario del Partito, compagno Pietro
Nenni denunciava con un grande affresco dipinto da par suo, la condizione
dei lavoratori e il regime di repressione allora imperante.
"Il fatto più grave di fronte al quale ci troviamo – diceva Nenni – è proprio
la sistematica violazione dei diritti costituzionali, della libertà politica e
internazionale, per la parte di influenza che esso può esercitare, si identifica
con l'imperativo di una difesa intransigente, in ogni circostanza, delle
ragioni e delle condizioni della pace.
L'esistenza di un enorme potenziale bellico distruttivo e la sua crescita continua,
il permanere di antagonismi dettati da forti contrapposizioni ideologiche,
radicati pregiudizi, manifestazioni pericolose di varia natura, rispondenti
alla logica imperiale dell'egemonia di grandi potenze, il mancato sviluppo
della cooperazione nazionale e quindi il ritardo e l'inefficacia delle
misure dirette a ridurre le disuguaglianze nel mondo lasciano sulla carta l'aspirazione
diffusa ad un nuovo ordine economico internazionale, contribuiscono
nell'insieme a caratterizzare la fase di instabilità e di malessere che
attraversa l'umanità e che, in vario grado si ripercuote sulla vita di ogni
Paese. L'internazionalismo socialista deve saper dare le risposte giuste ai
problemi del nostro tempo opponendo una visione razionale alle irrazionalità
che si sprigionano dalla crisi, l'etica del progresso, della uguaglianza e
della libertà, alla difesa miope dei privilegi, allo sfruttamento dei più deboli,
all'oppressione delle dittature.
L'Internazionale socialista può e deve essere una cellula attiva nella lotta per
una nuova solidarietà mondiale; una cellula capace di attivare nella stessa
direzione altre cellule, collegarsi ad esse, allargare il raggio della comprensione
e della cooperazione tra i popoli.

Ridurre le armi e gli antagonismi
Il problema della pace, com'è naturale, va di pari passo con quello del disarmo.
Mentre da un lato si è estesa la coscienza e la conoscenza dei grandi
problemi che, a livello planetario, condizionano e condizioneranno il futuro
dell'umanità, mentre si tenta la qualificazione delle risorse disponibili e si
formulano previsioni preoccupate e, per talune scuole addirittura allarmanti
e catastrofiche, dall'altro lato la voce armamenti mantiene imperterrita la
sua curva ascensionale.
Superati i 300 miliardi, la spesa complessiva per la produzione di armi vola
verso cifre che tendono a superare di cinquanta volte l'intero ammontare del
trasferimento di fondi dalle nazioni ricche alle nazioni povere.
Le maggiori potenze industriali figurano nella lista dei grandi produttori. Si
constata un vertiginoso balzo in avanti anche nelle spese dei Paesi in via di
sviluppo che affollano la lista dei clienti.
In primo piano sta la responsabilità delle due maggiori potenze: gli Stati
Uniti e l'Unione Sovietica. Solo dai loro accordi sulla limitazione degli
armamenti, sul disarmo nucleare, può derivare una svolta decisiva nella
politica della distensione e della pace.
Anche in Europa il problema della sicurezza e della pace si lega alla necessità
di dare conclusioni soddisfacenti e stabili alle trattative e agli incontri
maggioranza nuova la quale volesse coraggiosamente intraprendere i compiti
più urgenti del risanamento democratico della società e dello stato".
Queste le definizioni di Nenni, mentre Morandi a sua volta poneva il problema
di "una maggioranza che fruisca il sostegno diretto e indiretto del
nostro Partito.
In polemica con De Gasperi che a proposito di una ipotesi di incontro e di
collaborazione con i socialisti così testualmente si era espresso: "se ci
vedessero camminare in compagnia, la brava gente che incontrassimo per
via scuoterebbe il capo e a ciascuno di noi domanderebbe: quo vadis?".
Rodolfo Morandi rispondeva: "È accaduto invece esattamente l'inverso. La
brava gente che incontriamo per la strada ha preso a scuotere sempre più
significativamente la testa e a domandare sempre più insistentemente ai dirigenti
di questo Partito: ma perché non potete camminare almeno con i socialisti?".
Su queste basi si costruì a fatica il nuovo corso politico che sfociò molti anni
dopo nel centro-sinistra.
Risalendo all'esperienza di allora, riaffiorano i termini di una questione,
quella dell'apertura a sinistra, che si è riproposta oggi e che oggi vede impegnata
tutta la sinistra.
Qualcuno può chiedersi oggi a che punto ci saremmo trovati se il corso e gli
sviluppi della politica socialista fossero stati assecondati da tutto il movimento
operaio e dal Partito comunista, o se il Partito socialista abbia fatto
nel momento opportuno tutto ciò che gli era possibile per favorire questo e
ne trarrebbe forse motivo per qualche amara riflessione.
Giustamente nel corso di questi anni ci siamo costantemente riferiti ai congressi
di Torino e a quello successivo di Venezia giacché entrambi furono
congressi di importanza storica ricchi di motivi coraggiosi ed anticipatori.
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Vecchio 30-04-09, 23:29   #9 (permalink)
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L’INSEGNAMENTO DI BETTINO CRAXI: UNITA’ ED AUTONOMIA DEI SOCIALISTI

Da: Bobo Craxi
Data: 1/18/2002
Ora: 2:33:05 PM

In tutte le conversazioni che mio padre Bettino aveva con interlocutori che lo andavano a trovare nel suo esilio Tunisino egli ha sempre sostenuto che gli effetti della Falsa Rivoluzione Italiana si sarebbero fatti sentire per diversi anni.

Era convinto che la spallata politica per effetto giudiziario avrebbe determinato delle anomalie in diversi campi che si sarebbero protratti per lunghi anni. Questo naturalmente non giustificava, né avrebbe voluto farlo, i ritardi le colpevolezze con cui quel quadro politico, ormai logoro avevano affrontato e risolto questioni di prima grandezza che nel corso della legislatura 87-92 finirono per marcire.

Quando si afferma che Craxi si attardò nel comprendere l’inevitabile ricaduta sul piano interno della fine dei regimi comunisti non si dice tutta la verità, o almeno non sino in fondo.

Come ha ammesso, fra dimenticanze ed omissis, Massimo D’Alema, nel 1991 e non nel 90’ i comunisti, non ancora diventati PDS premevano affinché i socialisti non approfittassero della loro crisi, ma si avviassero ad un dialogo politico, ad una ricerca dell’Unità, ed infatti fu inserito nel simbolo “Unità Socialista” come espressione di una volontà, di una prospettiva “d’avvenire”.

L’errore che spesso gli viene attribuito, che ammise sempre in questi anni, cioè quello di non aver provocato anticipatamente la fine della Legislatura e del Governo Andreotti, in realtà fu un errore tattico, perché Craxi indubitabilmente ragionava sapendo che sullo sfondo e nella prospettiva politica di questo Paese non vi poteva essere che una sinistra di ispirazione socialdemocratica che assorbisse gradualmente le posizioni più arretrate della sinistra comunista e che si potesse candidare a concorrere al sostegno di un Governo.

Le cose sono andate come sappiamo. Non c’è di quell’Unità Socialista che un vano ricordo, un’occasione irripetibile e mancata, al suo posto una imperdonabile accanimento politico dei post-comunisti sui socialisti, con il risultato che sul campo vi sono macerie ovunque con l’aggravante della drammatica condizione dei socialisti italiani unici legittimi eredi della tradizione, divisi e “esiliati” in Patria, vittime ed assieme carnefici di loro stessi, incapaci di reggere compatti all’urto devastante della ondata Giudiziaria ed in definitiva Incolpevoli di fronte ad una sommaria condanna che li ha eletti quali unici responsabili della Crisi politica Italiana.

Ed oggi invocare una totale e completa riabilitazione di Craxi ed i Socialisti del PSI non basta ed è persino relativo dinnanzi alle ragioni che vengono da più parti riconosciute, dinnanzi una lettura serena della Storia, tanto sul terreno della analisi politica e delle prospettive della Sinistra Italiana quanto degli ammonimenti inascoltati nella fase iniziale della falsa rivoluzione scambiati per delle aprioristiche difese della cosiddetta Prima Repubblica rimpianta oramai anche dai suoi più feroci detrattori. Eravamo tutti convinti due anni fa quando si spense nell’esilio di Hammamet, che il suo sacrificio, l’ennesimo martirio di un Socialista avrebbe potuto, nella sua drammaticità aprire una strada alla riflessione vera, seria su quei dieci anni Italiani, e che la sua voce, cosi’ poco ascoltata ed ignorata o disprezzata in vita, sapesse essere guida per una rilettura serena ed una soluzione onesta delle vicende di questi anni.

“Una soluzione per Tangentopoli, se io mi togliessi di mezzo l’avrebbero già trovata…Io sono un ostacolo, Io sono l’ostacolo..” ed ancora “ La verità è che le Amnistie che non si fanno per tutti, sono state concesse in modo parziale, o assolvendo, o non dando luogo a procedere, sono amnistie ad personam che non hanno nulla a vedere con una soluzione vera ed in definitiva Giusta, quella che, tanto per dirne una il Borbone avrebbe già concesso..”

Agitandosi, dimenandosi sul suo tavolo da lavoro con voce ferma, con l’ironia che sapeva sempre distillare anche nelle situazioni più drammatiche mio padre Bettino aveva il coraggio di affermare delle scomode verità, tanto più scomode quanto inascoltate.

Sapere che Egli non è più tra noi, che la sua forza d’animo e di carattere non gli sostennero il cuore malandato ci riempie di grande tristezza, cosi’ come sapere che le strade che abbiamo battuto per sottrarlo a quella condizione si sono rivelate irte di ostacoli se non quando completamente sbarrate. Tutte le istituzioni di allora ne portano una grave responsabilità, di qui gli imbarazzi odierni a parlarne con serenità ed a restituire Giustizia e Verità.

Nonostante non ne avesse fatto richiesta la via della Grazia in quel frangente appariva la forma più opportuna e l’urgenza della sua situazione sanitaria richiedeva un atto di clemenza straordinaria, che ad un Uomo che aveva servito la sua Patria, rappresentato la Nazione nei consessi Internazionali, stipulato per conto di essa lo storico Concordato con la Chiesa Cattolica, non doveva per nessuna ragione essere negata.

Una frattura con lo Stato Italiano che, come rappresentante del Popolo, ancor prima che come famigliare, non potrà essere risanata facilmente, se non si espliciterà l’errore grave che allora fu commesso ai suoi riguardi.

A chi si recherà domani al secondo anniversario dalla sua scomparsa, e tutti coloro che lo ricorderanno nelle forme con cui hanno ritenuto farlo siano essi amici, compagni od avversari va il mio più sentito ringraziamento.

Ai socialisti in particolare voglio esprimere tutto il mio rammarico per non essere noi tutti stati fino ad oggi adeguati ed all’altezza del compito che Bettino Craxi, senza chiedercelo ci ha assegnato. Tanti mezzi partiti che non hanno costituito un intero, una moltitudine di soggettività che non hanno saputo esprimere una sintesi ed una sola politica. Ma il pensiero, l’insegnamento, l’influenza della personalità di Craxi trovano espressione laddove si esprime il senso di una battaglia di libertà, di emancipazione, di Giustizia. Dove il valore della Nazione trova un fondamento moderno e si coniuga con l’impronta internazionale della nostra azione. Quando il Socialismo delle nostre origini sa offrire di se il volto più solidale, e in definitiva liberale e libertario.

Se questo sia sufficiente per costruire una battaglia ed una prospettiva d’avvenire oggi non è possibile sapere, vero è che una limpida e coerente azione politica non può che essere ispirata dall’Unità e dall’autonomia dei Socialisti senza farne di esse un credo, ma una bussola per poterci orientare e ritrovarsi assieme nel futuro che ci attende mettendo a frutto tutto quello che Bettino Craxi ci ha insegnato.

BOBO CRAXI

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