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"E' decretato che ogni uomo il quale s'accosta alla setta dei moderati debba smarrire a un tratto senso morale e dignità di coscienza?" G. Mazzini
Sabato 24 ottobre alle ore 16, presso il tavolo radicale di via Roma, il Sindaco di Firenze Matteo Renzi ha sottoscritto l’appello che chiede al Governo di rinnovare la convenzione tra lo Stato e Radio Radicale per la trasmissione delle sedute del Parlamento, servizio assicurato con unanimi riconoscimenti di qualità e correttezza da Radio Radicale fin dal 1976, e dal 1994 attraverso lo strumento della convenzione che scade quest’anno.
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Se eri già con noi nel 2009, rinnova la tua iscrizione per il 2010 a LILLA, il partito liberale/radicale
La difesa di Radio Radicale, servizio pubblico e non privilegio
• da Corriere della Sera del 28 ottobre 2009
di Pierluigi Battista
Semplice: se non passa l’emendamento parlamentare bipartisan alla Finanziaria, Radio Radicale è costretta a chiudere i battenti. Semplice interrogativo, di conseguenza: non è forse assistenzialismo di Stato accettare che una radio non statale continui a ricevere i finanziamenti pubblici che le consentono di sopravvivere? No, se la radio in questione, quella diretta da Massimo Bordin, svolge un servizio pubblico riconosciuto e apprezzato da molti senza un euro di pubblicità. No, se la convenzione che sinora ha assicurato a Radio Radicale di andare avanti è stata applicata con scrupolo, offrendo a centinaia di migliaia di persone, ogni giorno, ventiquattro ore su ventiquattro, i documenti in diretta della politica: congressi, sedute parlamentari, convegni.
Servizio pubblico è anche quello che viene offerto da un servizio che non è nelle mani proprietarie dello Stato. Radio Radicale, nella parte vincolata dalla convenzione, non è di Stato ma, a costi contenuti e con una completezza riconosciuta anche dai più caparbi avversari del partito di Pannella, trasmette programmi radiofonici che verrebbero stritolati in una logica di puro mercato. È una radio di minoranza, ma non si era detto che non si doveva assecondare la dittatura delle maggioranze? Non si deplora ogni giorno la tirannia dell’audience? E poi, per stare nei circuiti della politica, perché passa come ovvio (malgrado un referendum contrario) che i partiti ricevano un cospicuo finanziamento pubblico e poi ci si lamenta se la radio che permette di avvicinare la vita dei partiti ai cittadini sigli un contratto con lo Stato per continuare a garantire un servizio che nessun altro, compresa la radio di Stato, è in grado di coprire? Si deve difendere Radio Radicale, non il partito di cui porta il nome (senza considerare che la rassegna stampa mattutina della radio è diventato un appuntamento imprescindibile per molti: ma questa è una questione di gusti). Un servizio pubblico e non un privilegio. L’emendamento che gli esponenti di entrambi gli schieramenti stanno promuovendo non perpetua una regalia, ma permette di lasciar sopravvivere uno strumento democratico importante. La democrazia costa. Radio Radicale costa poco. Lasciarla vivere, invece, significa molto
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Radio Radicale, i buoni costi della democrazia - Lettera
• da Europa del 29 ottobre 2009
di Federico Orlando
Cara Europa, mi capita, girando la manopola del mio apparecchietto radio, di ascoltare ferventi dichiarazioni di politici d’ogni partito in difesa di Radio radicale: che, se ho capito bene, avrebbe sul capo la spada di Damocle delle legge finanziaria, dove non ne è più previsto il finanziamento. Quando ci sono problemi simili di finanziamento pubblico, io sono sempre in dubbio su cosa debba prevalere, se le ragioni del pluralismo o quelle del mercato. E voi, che mi pare siate attestati sulla sintesi delle due ragioni, cosa pensate nel caso specifico?
LORENZO DI LELLA, ROMA
Noi pensiamo, caro Di Lella, che non è il caso di inseguire idee platoniche o, come avrebbe detto il mio amato Benedetto Croce, caciocavalli appesi. Perciò, evitiamo di parlarne (fra l’altro: di cosa dovrei parlare, del mercato come dovrebbe essere o del mercato com’è, coi suoi monopoli pubblici e privati, i suoi oligopoli, le sue concentrazioni, le sue truffe alla concorrenza, le sue corporazioni e mancate liberalizzazioni, le sue illegalità, la sua prepotenza sugli operatori più piccoli o meno difesi?).
Comunque, nel caso specifico, sto con le ragioni del pluralismo, che tra l’altro è, se realizzato, uno dei pochi veri fattori liberali del mercato. Quindi sì al sostegno coi soldi dello stato, cioè coi soldi nostri di contribuenti e fruitori di servizi. Radio radicale è un servizio pubblico, è convenzionata per trasmissioni dalle sedi pubbliche: parlamentari, giudiziarie, costituzionali, partitiche, culturali, sindacali, associative, giornalistiche nazionali e internazionali (pensi alle panoramiche sulla stampa estera, alle inchieste sulle grandi aree geopolitiche, al risveglio del mattino con “Stampa e regime”, che è la prima colazione di chiunque abbia rispetto per sé e per i problemi della comunità in cui vive). In più, come radio privata diffonde sensibilità per questioni delicate – carceri, diritti civili, bioetica, immigrazione –, che non si ritrova in altre emittenti, magari ricche anche di canzonette, di oscenità, di tutto il calcio minuto per minuto, e via ragliando. Questioni di minoranza? Forse, ma sono il sale di quella insipida minestra che sarebbe altrimenti la vita del gregge in società. E poi, vorrei dirlo senza offendere nessuno, ma in omaggio alla sincerità che è uno dei doni concessi a chi vive in minoranza: c’è una differenza, che si coglie a fior di pelle, con le imitazioni pubbliche di Radio radicale. Si dice: che bisogno ha lo stato di convenzionarsi con quella radio, se ha la Rai, con tanto di radio parlamento o altre rubriche specializzate? La differenza, caro Di Lella, l’ha fatta rilevare implicitamente un grande giornalista della Rai, Sergio Zavoli, oggi presidente della commissione parlamentare di indirizzo e vigilanza, quando qualche giorno ha ha convocato i dirigenti di radio parlamento. Ne è venuta una bocciatura della metodologia, dello smalto, insomma della sostanza e della forma di quel servizio pubblico. E non perché i suoi giornalisti siano meno bravi dei giovani leoni di Radio radicale, ma perché sono inquadrati in un ente paragovernativo, condizionati dalle telefonate, con le ali tarpate. Ai governi non piace chi vola, piace chi striscia. Gli ascoltatori non sempre la pensano come i governanti e gli ascolti cadono.
C’è infine un’ultima ragione, la più importante, per battersi a favore di Radio radicale anche se non si condividono le idee del partito di cui porta il nome: il giorno in cui quella voce tacesse, avremmo un ulteriore degrado della democrazia; sarebbe incentivata l’estraneità della gente alla politica. Che sia proprio questo un obbiettivo di regime lo so, ma perché dovrebbe essere anche obbiettivo di quanti, comunque votino, il regime non lo vogliono?
“Sul servizio pubblico svolto da Radio Radicale abbiamo presentato un emendamento alla legge finanziaria che porta la prima firma della senatrice del Popolo della libertà, Maria Ida Germontani, sottoscritto da tutto il gruppo del Pd e da ottanta senatori di tutti gli altri gruppi, Lega Nord compresa». Emma Bonino, vicepresidente del Senato, in un`intervista all`emittente torna a porre il problema di Radio Radicale e ricorda che oggi «inizierà la discussione in commissione bilancio e nei corridoi di Palazzo Madama si parla di un maxiemendamento del governo in arrivo». «Tenendo conto - rileva la Bonino - che si parla di una Finanziaria che va inserita in un quadro governativo che appare incerto. Quando si arriverà al voto del nostro emendamento il governo dovrà esprimere il parere e speriamo che sia favorevole e se anche non dovesse essere favorevole che almeno si rimetta all`aula». Le firme in calce all`emendamento sono 202 e puntano al rinnovo della convenzione di Radio Radicale con il ministero dello Sviluppo economico (dieci milioni di euro lordi in tre anni) al fine di poter ancora usufruire dei fondi statali in quanto servizio pubblico sussidiario. Fondi statali che al momento, però, in Finanziaria non ci sono ancora. Né per Radio Radicale, né per quanto attiene ai giornali di idee o gestiti da cooperative. Circa settanta milioni di euro dello stanziamento aggiuntivo deciso dal Parlamento per assicurare la copertura degli oneri prestabiliti per gli anni 2009 e 2010. La Fasi lancia l`allarme e richiama l`attenzione oltre che sulle testate interessate, su giornalisti, tecnici e impiegati che in questi organi di stampa prestano lavoro. In tutto un migliaio di persone che potrebbero vedere la loro attività rimessa in discussione se il governo non dovesse garantire gli impegni assunti per legge e sui quali sono state programmate le attività delle aziende interessate. Sotto accusa ci sarebbe il ministro dell`Economia, Giulio Tremonti, che con il suo attivismo in materia di tagli avrebbe dato un`ulteriore sforbiciata alle disponibilità economiche da mettere sul tavolo e da devolvere ai giornali di idee e a quelli gestiti da cooperative. L`editoria, dunque, avrebbe fatto la fine di altri settori. mobilitati in questi giorni per ottenere un ripensamento di via XX settembre e del governo. Rischiano di rimanere stritolati quotidiani come Avvenire, Il Riformista, Secolo d`Italia, la Padania, Europa, il manifesto, Liberazione e La Voce Repubblicana. A tutti viene obiettato da chi contesta il finanziamento pubblico che tutte le testate giornalistiche debbono imparare a stare sul mercato e ad autofinanziarsi. Punto di vista facilmente contestabile se si considera che è molto facile autofinanziarsi quando si fa pornografia, ma lo è molto di meno se invece ci si adopera per diffondere le idee e discutere di politica. «Lanciamo un appello al governo affinché non oscuri il servizio pubblico che Radio Radicale fa da trent`anni - rilevano i radicali in una nota specifica - c`è una predisposizione positiva» da parte della maggioranza «ma per ora la situazione si è un po` ingarbugliata ed è per questo che abbiamo presentato un emendamento alla Finanziaria», attualmente al vaglio di Palazzo Madama.
Oggi 30 ott. 2009 durante la seduta del Consiglio Provinciale di Firenze in 34 hanno firmato l’appello al Governo per scongiurare il pericolo dell’eliminazione della funzione pubblica assicurata dal 1976 dalla sola RADIO RADICALE.
L’appello chiede che venga rinnovata la convenzione che scade quest’anno, tra lo Stato e Radio Radicale per la trasmissione delle sedute del Parlamento, servizio assicurato, con unanimi riconoscimenti di qualità e correttezza da questa emittente fino dal 1994.
I firmatari:
Andrea Barducci – Presidente della Provincia di Firenze,
Davide Ermini – Presidente del Consiglio Prov.le,
Riccardo Lazzerini – Vice Presidente del consiglio prov.le,
Severino Clementini – Vice Presidente del Consiglio prov.le,
Stefano Fusi – Capo Gruppo P.D.
Samuele Baldini – Capo Gruppo P.D.L.
Andrea Cantini – Capo Gruppo I.D.V.
Andrea Calo’ – Capo Gruppo R.C.
Marco Cordone – Capo gruppo Lega N.
Giacomo Billi – Assessore,
Pietro Roselli, - Assessore,
Renzo Crescioli – Assessore,
Laura Cantini, Assessore,
Giovanni Di Fede – Assessore,
Elisa Simoni – Assessore,
Sara Biagiotti – cons. P.D.,
Alessandra Fiorentini cons. P.D.,
Loretta Lazzeri cons. P.,
Stefano prosperi cons. P.D.,
Leonardo Brunetti – cons. P.D.,
Franco Pestelli - cons. P.D.,
Sandro Bartaloni – cons. P.D.,
Carovani Giuseppe – cons. P.D.,
Federico Capecchi – cons. P.D.,
Silvia Melani - cons. P.D.,
Remo Bombardieri cons. P.D.,
Caterina Conti – cons. P.D.,
Piero Giunti – cons. P.D.,
Leonardo Comucci – cons. P.D.L. ,
Tommaso Villa - cons. – P.D.L.,
Salvatore Barillari - cons. – P.D.L.,
Guido Sensi - cons. P.D.L.,
Massimo Lensi - cons. P.D.L.,
Alessandro Cresci – cons. I.D.V.
- Dopo 33 anni che Radio Radicale, per generale riconoscimento, ha svolto e svolge un servizio pubblico senza precedenti e senza confronti possibili, si è forse sul punto di impedirle proprio questa funzione e proprio nell’attuale contesto della comunicazione e della democrazia in Italia.
Perché quante più persone possibili, anche nella classe dirigente, conoscano gli elementi oggettivi di tale situazione, intendiamo urgentemente informare su questo pericolo incombente.