LA PETIZIONE L' AUTORE DI GOMORRA RITIRA LA FIRMA. MA IL VERDE CENTO E LO SCRITTORE SCARPA: «LO RIFAREMMO»
Saviano, Pincio e i pentiti dell' appello pro Battisti
La lettera per cancellare il nome
MILANO - «No, non sono disposto a scaricarlo soltanto perché è in atto una campagna mediatica contro di lui. È un povero diavolo. Una persona simpatica. E anche se l' appello per la sua liberazione non è più attuale, io sottoscrivo ancora ogni parola». Così Valerio Evangelisti, primo firmatario del testo pubblicato l' 11 febbraio 2004 sul sito online di Carmilla - la rivista di cui è direttore editoriale - per «la liberazione dello scrittore Cesare Battisti» arrestato il giorno prima in Francia, dove era rifugiato da quattordici anni. L' appello fu siglato in meno di una settimana da millecinquecento persone. Scrittori, poeti, registi, banchieri, impiegati, studenti, politici e professori universitari: da Wu Ming a Vauro, da Giorgio Agamben a Giuseppe Genna. Tra loro un ventiquattrenne napoletano, Roberto Saviano. Mercoledì scorso, però, alle 2.26 del mattino, carmillaonline divulga la lettera di quel ragazzo, oggi conosciuto in tutto il mondo come coraggioso autore di Gomorra, che scrive: «Mi segnalano la mia firma in un appello per Cesare Battisti (...) Finita lì per chissà quali strade del web e alla fine di chissà quali discussioni di quel periodo. Qualcuno mi mostra quel testo, lo leggo, vedo la mia firma e dico: non so abbastanza di questa vicenda (...) Chiedo quindi a Carmilla di togliere il mio nome, per rispetto a tutte le vittime». L' episodio, raccontato ieri sulle pagine del Riformista, ha sorpreso Evangelisti. Commenta: «Quando Saviano ha firmato quell' appello era un perfetto sconosciuto, nessuno gli ha fatto caso, nemmeno noi. Comunque ognuno è libero di mettere la sua firma o ritirarla, questo non diminuisce la stima che ho per l' autore di Gomorra». In tempi non sospetti, un altro grande firmò e poi si tirò indietro. «Sì, Marco Müller. La sua posizione fu assolutamente degna. In quello stesso periodo era stato nominato direttore della Mostra del Cinema di Venezia. Così ci scrisse una lettera cordiale nella quale pregava di essere esonerato, pur non trovando ingiustificato il nostro appello». Oggi come allora, lo rifarebbe il verde Paolo Cento. «Troppo facile togliere la firma adesso sull' onda dell' emotività - spiega -. Non ho particolare stima per la persona Battisti. La sua vicenda, tuttavia, esprime una delle fasi più drammatiche del nostro paese. Ho sempre sostenuto che la vendetta postuma ha poco a che fare con la giustizia. Semmai bisognerebbe chiudere quella stagione con una soluzione politica, affermando la supremazia della democrazia con un provvedimento di amnistia condizionato a una serie di atti: per esempio, il risarcimento delle vittime». Lo scrittore Tommaso Pincio sottoscrisse l' appello del 2004. «Oggi non lo rifarei. Sono passati cinque anni. È cambiato completamente il contesto. La mia posizione è molto vicina a quella di Saviano. Quell' appello riguardava il periodo in cui Battisti si trovava in Francia. Ricordo che scesero in campo intellettuali come Daniel Pennac e Fred Vargas. Ma ora sono mutate le condizioni. Il percorso seguito da Battisti non mi è sembrato limpido, in questi anni. Ecco, se dovessi mettere su una bilancia il comportamento di Battisti e quello di Adriano Sofri non avrei dubbi: ci sono modi e modi di affrontare il proprio destino e accettare determinate responsabilità. Sofri non ha mai rifiutato il confronto con la giustizia e la sua detenzione lo dimostra». L' appello pubblicato su Carmilla descrive l' ex leader dei Proletari armati per il comunismo come «un uomo onesto, arguto, profondo, anticonformista nel rimettere in gioco se stesso e la storia che ha vissuto. La sua vita in Francia è stata modesta, piena di difficoltà e di sacrifici, retta da una eccezionale forza intellettuale». Eppure, a costo di sembrare un «fiancheggiatore», oggi a quel testo darebbe di nuovo il suo consenso Tiziano Scarpa, firmatario numero undici. Lo spiega: «Ci sembrava che si volesse addossare a una persona sola una responsabilità immensa. L' impressione era che stessero schiacciando un uomo con prove processuali alquanto dubbie. La lotta armata non mi appartiene, né per generazione né per carattere. Ma aggiungo: a cosa servono gli scrittori se non a prendere posizione sulle cose scomode?». Elvira Serra * * * La lettera per cancellare il nome Roberto Saviano «La mia firma è finita lì per chissà quali strade del web e alla fine di chissà quali discussioni di quel periodo. Chiedo di togliere il mio nome, per rispetto a tutte le vittime»
Il Fazioso | 19 novembre 2009
Grande è la soddisfazione per la decisione della Corte Suprema brasiliana di concedere l’estradizione del terrorista assassino Cesare Battisti in Italia. Ora è tutto un coro bipartisan che plaude alla decisione ma una volta non era cosi.
Tra i firmatari di un appello per la liberazione di Cesare Battisti nel 2004 c’erano importanti scrittori, intellettuali e politici della sinistra come Saviano, Vauro, Muller, Genna, Cento. Molti di questi poi, di fronte a un’opinione pubblica compatta contro Battisti, ritirarono la loro firma.
L’ appello (pubblicato l’ 11 febbraio 2004, il giorno dopo l’arresto di Battisti) fu siglato in meno di una settimana da millecinquecento persone. Scrittori, poeti, registi, banchieri, impiegati, studenti, politici e professori universitari: da Wu Ming a Vauro, da Giorgio Agamben a Giuseppe Genna. Tra loro un ventiquattrenne napoletano, Roberto Saviano
Poi 5 anni dopo di fronte a campagne di stampa contro Battisti Saviano e altri ritirarono, con motivazioni piuttosto poco credibili, il proprio appoggio (come Saviano e Muller)
Mi segnalano la mia firma in un appello per Cesare Battisti (…) Finita lì per chissà quali strade del web e alla fine di chissà quali discussioni di quel periodo. Qualcuno mi mostra quel testo, lo leggo, vedo la mia firma e dico: non so abbastanza di questa vicenda
Altri invece, coerentemente nella loro indecenza, continuarono a sostenere l’appello come Cento
Troppo facile togliere la firma adesso sull’ onda dell’ emotività. Non ho particolare stima per la persona Battisti. La sua vicenda, tuttavia, esprime una delle fasi più drammatiche del nostro paese. Ho sempre sostenuto che la vendetta postuma ha poco a che fare con la giustizia. Semmai bisognerebbe chiudere quella stagione con una soluzione politica, affermando la supremazia della democrazia con un provvedimento di amnistia condizionato a una serie di atti: per esempio, il risarcimento delle vittime
Leggiamo anche le incredibili parole a sostegno di Battisti nell’appello
Un uomo onesto, arguto, profondo, anticonformista nel rimettere in gioco se stesso e la storia che ha vissuto. La sua vita in Francia è stata modesta, piena di difficoltà e di sacrifici, retta da una eccezionale forza intellettuale
Senza parole! E lascia interdetti notare come la cosiddetta elite culturale (sinistrata) sia così solidale con un assassino seriale
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Nel 2000 è stato condannato in sede civile,[27][28] dopo essere stato citato in giudizio da Cesare Previti a causa di un articolo sull'Indipendente, al risarcimento del danno quantificato in 79 milioni di lire.[29][30].
Il 4 giugno 2004 è stato condannato dal Tribunale di Roma in sede civile a un totale di 85mila euro (più 31mila euro di spese processuali) per un errore di omonimia contenuto nel libro «La Repubblica delle banane» scritto assieme a Peter Gomez e pubblicato nel 2001. In esso, a pagina 537, si descriveva «Fallica Giuseppe detto Pippo, neo deputato Forza Italia in Sicilia», «Commerciante palermitano, braccio destro di Gianfranco Miccicché... condannato dal Tribunale di Milano a 15 mesi per false fatture di Publitalia. E subito promosso deputato nel collegio di Palermo Settecannoli». L'errore era poi stato trasposto anche su L'Espresso, il Venerdì di Repubblica e La Rinascita della Sinistra, per cui la condanna in solido, oltreché la Editori Riuniti, è stata estesa anche al gruppo Editoriale L’Espresso. Fonte: Il diritto dell'informazione e dell'informatica, http://www.giur.uniroma3.it/material...encovich-2.pdf
Il 5 aprile 2005 è stato condannato dal Tribunale di Roma in sede civile, assieme all'allora direttore dell'Unità Furio Colombo, al pagamento di 12mila euro più 4mila di spese processuali a Fedele Confalonieri (Mediaset) dopo averne associato il nome ad alcune indagini per ricettazione e riciclaggio, reati per i quali, invece, non era era risultato inquisito. Fonte: Il diritto dell'informazione e dell'informatica, http://www.giur.uniroma3.it/material...encovich-2.pdf
Il 20 febbraio 2008 il Tribunale di Torino in sede civile lo ha condannato a risarcire Fedele Confalonieri e Mediaset con 26.000 euro, a causa dell'articolo "Piazzale Loreto? Magari"[31] pubblicato nella rubrica Uliwood Party su l'Unità il 16 luglio 2006.[32] La sentenza è di primo grado e Travaglio ha dichiarato di stare preparando l'appello.[33]
Nel giugno 2008 è stato condannato dal Tribunale di Roma in sede civile, assieme all'direttore dell'Unità Antonio Padellaro e a Nuova Iniziativa Editoriale, al pagamento di 12mila euro più 6mila di spese processuali per aver descritto la giornalista del Tguno Susanna Petruni come personaggio servile verso il potere e parziale nei suoi resoconti politici: «La pubblicazione», si leggeva nella sentenza, «difetta del requisito della continenza espressiva e pertanto ha contenuto diffamatorio». Fonte: Il diritto dell'informazione e dell'informatica, http://www.giur.uniroma3.it/material...encovich-2.pdf
Ad ottobre 2008 è stato condannato in primo grado[34] dal Tribunale penale di Roma per il reato di diffamazione aggravato dall'uso del mezzo della stampa, ai danni di Cesare Previti, ad 8 mesi[35] di reclusione con sospensione condizionale e al pagamento di 100 euro di multa. Il reato, secondo il giudice monocratico, sarebbe stato commesso mediante l'articolo Patto scellerato tra mafia e Forza Italia pubblicato sull'Espresso il 3 ottobre 2002.[36] In sede civile, a causa del predetto reato, Travaglio è stato condannato in primo grado, in solido con l'allora direttore della rivista Daniela Hamaui, al pagamento di 20mila euro a titolo di risarcimento del danno in favore della vittima del reato, Cesare Previti. Travaglio ha dichiarato di voler ricorrere in appello.[37]
Il 28 aprile 2009 è stato condannato in primo grado dal Tribunale penale di Roma per il reato di diffamazione ai danni dell'allora direttore di Raiuno, Fabrizio Del Noce, perpetrato mediante un articolo pubblicato su L'Unità dell'11 maggio 2007.[38][39]
Il 21 ottobre 2009 è stato condannato in Cassazione al risarcimento di euro cinquemila nei confronti del giudice Filippo Verde a causa di alcune affermazioni riguardo i precedenti penali del suddetto, riportate nel suo volume Il manuale del perfetto inquisito, giudicate diffamatorie dalla Corte in quanto riferite "in maniera incompleta e sostanzialmente alterata".[40] Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete Politicainrete