La fondazione legata a Fini attacca:
il culto del presidente è un problema
ROMA
«Come noto Caligola fece senatore un cavallo, Eliogabalo si mise contro il popolo e le famiglie dei patres inscenando un matrimonio con una vestale, Nerone si guadagnò il risentimento della corte costringendo gli ospiti ad ascoltare i suoi versi. Nei nostri tempi si assiste davvero alla rilettura in chiave postmoderna di un esercizio della leadership che pareva seppellito nelle brume della storia?». Inizia così un’analisi pubblicata oggi sulla rivista on-line della fondazione Farefuturo, Ffwebmagazine.it, dal titolo "Contro il Nuovo culto" che, pur senza nominare Silvio Berlusconi, elenca una serie di critiche tutte riferibili al premier.
Partendo dal saggio del giornalista americano Gene Healy, intitolato "The cult of presidency" (Il culto del presidente, ndr), nell’articolo si evidenzia il «germinare» nelle democrazie contemporanee di «una nuova vecchissima tendenza politica: il culto del presidente». Un problema che è «culturale», dal momento che, fin dalla scuola, si forniscono modelli pieni di «soggetti che si mettono in tasca valori, compresi quelli costituzionali, in nome del "successo"». Un problema che, secondo l’autore dell’analisi di Farefuturo, Gianpiero Ricci, «dovrebbe essere ben comprensibile anche a noi» , cittadini di un'Italia dove «gente convenzionale come De Gasperi, che dormiva a palazzo Chigi ossessionato dalla voglia di ricostruire un paese raso al suolo, che se ne andava in giro con cinque centimetri di occhiali demodè e un cappotto spesso come quello di tutti i nonni d’Italia, difficilmente buca lo schermo».
«Nonostante la presa sull’immaginario collettivo del mito del presidente "salvatore", dell’unto dal Signore che risolverebbe i problemi mediante la sola imposizione delle mani - sottolinea Farefuturo - la storia insegna che i grandi cambiamenti sono sempre avvenuti grazie alla cooperazione volontaria degli individui». «Varrà poi pur qualcosa segnalare - è la conclusione - come la tradizione politica occidentale sia molto più rappresentata dalla sobrietà del numero 10 di Downing Street piuttosto che da fantasmagoriche residenze degne di altre tradizioni e di altri "Cari Leader" qualsiasi».
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