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Eurasiatisti Sovranità continentale, fuori dalle usuali categorie politiche

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Vecchio 23-01-10, 19:12   #51 (permalink)
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Vecchio 15-02-10, 12:35   #52 (permalink)
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Claudio Mutti, L’unità dell’Eurasia, Effepi, Genova 2008

Accanto a tutto ciò, sono un po’ troppo bizzarri i rimandi a Thiriart e a Trubeckoj o a Savickij, i quali – accanto ad altri – hanno degradato il concetto di Eurasia trasformandolo in un tema eccessivamente russo. Anche se gli ultimi due, esponenti dell’eurasiatismo russo degli anni Venti del secolo scorso, non erano nazionalisti nella stessa misura in cui lo è oggi in Ungheria, per fare un nome, Gabor Pap, nei loro scritti eurasiatisti l’avversione per il mondo indogermanico nasce, in maniera analoga, dal pregiudizio nazionalista.

D’altra parte, anche altrove gl’iniziatori dell’eurasiatismo sono spesso tali che fin da principio non possono produrre un’idea profonda, pura, spirituale. L’antiamericanismo, per quanto necessario, è troppo poco per questo; la geopolitica non è una base sufficiente; l’orientamento filocinese, filonordcoreano o filosovietico sono fattori semplicemente immondi e torbidi. Purtroppo l’idealismo di Mutti, come risulta in questo libro in relazione alla Russia o al presunto eurasiatismo di Eliade, è spesso incontrollato; manca quel metidealismo che, come scriveva Evola, “regna al di sopra delle idee e della forza dell’idea”.
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Rileggevamo questi passi di questa recensione e credo ci sia qualcosa che non quadra:

1) Non vedo come il recensore possa pensare all'eurasiatismo, se non come a un qualcosa che parta dall'intrinseca "eurasiaticità" della Russia.

2) Passi il non condividere l'orientamento filosovietico e filocinese (certo che il bollarli come immondi e torbidi non ci sembra una critica obiettiva), ma l'antiamericanismo è ampiamente giustificato dal discorso geopolitico.

3) Non si capisce cosa l'autore voglia intendere quando parla di "metidealismo"
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Vecchio 20-02-10, 11:54   #53 (permalink)
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NOVITA'

Claudio Mutti, Gentes. Popoli, territori, miti

Claudio Mutti, Gentes. Popoli, territori, miti | eurasia-rivista.org
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Vecchio 20-02-10, 11:55   #54 (permalink)
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Claudio Mutti
Gentes.Popoli, territori, miti

Effepi, Genova 2010
pp. 112 € 15,00

Presentazione
di Tiberio Graziani

Possa questo modo di vedere i popoli superare
qualunque tempesta d’odio di razza e di classe,
soprattutto tra i sostegni del futuro
Karl Ernst Haushofer

Uno dei temi che contraddistinguono il dibattito contemporaneo è certamente quello riguardante l’identità dei popoli e delle nazioni. Se ne discute a vario titolo, ad esempio nell’ambito delle indagini sociologiche ed economiche in riferimento ai processi migratori ed ai loro effetti sulle relazioni interculturali, intraculturali e, ovviamente, socio-economiche; oppure nei settori degli studi storici e politici, in relazione alla costruzione delle odierne nazionalità europee o all’analisi dei vari “comunitarismi” di nuova formazione; o ancora, nel campo delle guerre interetniche e interreligiose che si svolgono in gran parte del pianeta.

L’argomento dell’identità dei popoli non è nuovo. È noto, infatti, che ogni popolo, fin dall’antichità, nelle sue manifestazioni culturali e religiose, in particolare in quelle espresse attraverso la narrazione dei miti di fondazione, ha sempre evidenziato una propria specificità e ascendenza al fine anche di differenziarsi dalle popolazioni con cui veniva a contatto. Per alcuni versi ed in via del tutto generale, si può affermare che tali tipi di narrazioni costituiscono non soltanto un elemento per l’affermazione dei caratteri di un dato gruppo culturale o etnoculturale, ma anche uno dei molteplici fattori che concorrono alla sua stessa “creazione” come popolo. La narrazione mitica, infatti, fissa, in un “tempo astorico” (in illo tempore) una particolare fase dell’etnogenesi, ritenuta pertanto caratteristica per quel particolare gruppo umano. In termini pratici la narrazione opera una scelta di tradizioni cui dovrebbe ispirarsi “quel” popolo nel corso della sua storia successiva.

In connessione con le ricerche sull’origine dei popoli e in conseguenza dell’utilizzo dei nuovi apparati analitici messi a disposizione dalle indagini filologiche, archeologiche ed etnografiche, il tema dell’identità e del carattere dei differenti gruppi umani ha avuto uno straordinario sviluppo nel corso dei secoli XVIII e XIX. L’interesse per l’origine e la fisionomia dei popoli, protrattosi fino agli anni Quaranta del XX secolo, è da mettere in relazione anche ai peculiari scopi politici e culturali perseguiti dai movimenti nazionalisti sorti in varie parti dell’Europa e sviluppatesi, sul piano ideologico, a partire dagli ideali della Grande Rivoluzione francese.

Come noto, la propagazione nel corso dell’Ottocento dell’ideologia della ”liberazione nazionale”, promossa e sostenuta principalmente, a livello locale, dai ceti borghesi e, a livello continentale, dall’Inghilterra, contribuì alla distruzione delle unità imperiali dell’Europa centro orientale e dell’Impero ottomano, ed alla coeva edificazione di gran parte delle attuali nazioni europee.

Il particolarismo nazionale non fu, però, soltanto una delle leve che determinarono lo smembramento delle precedenti entità multirazziali e pluriculturali e la costruzione della nuova Europa, lungo linee artificiali tracciate sulle fragili fondamenta di opinabili rivendicazioni storiche o su quelle di più certi e quantificabili gradi di omogeneità etnica e linguistica, ma, in sinergia con lo sviluppo industriale, tecnologico e commerciale, esso costituì uno degli elementi essenziali per l’affermazione e l’evoluzione dell’imperialismo europeo ottocentesco.

Nondimeno, l’esaltazione del principio dell’autodeterminazione nazionale, cioè, del particolarismo nazionale, ha condizionato le classi dirigenti europee al punto di farle concorrere – attraverso le esiziali alleanze con la Gran Bretagna e gli USA – alla disintegrazione dell’Europa ed alla sua eliminazione quale attore mondiale nel volgere di appena tre decenni, dal 1914 al 1945, ciò a dimostrazione del fatto che la naturale vocazione geopolitica dell’Europa è continentale e non nazionale. Oggi, l’Europa sconta ancora quella pesante eredità; infatti, invece di svolgere un’autonoma e naturale funzione geopolitica in quanto penisola della massa continentale euroafroasiatica, costituisce un tassello della strategia anglostatunitense per il controllo dell’Asia e dell’Africa.

Le cause che hanno dato avvio all’attuale riproposizione della questione identitaria risalgono, con ragionevole certezza, ad almeno due processi, tuttora in corso di svolgimento: a quello che va sotto il nome di globalizzazione (o mondializzazione) ed a quello connesso alla riconfigurazione degli spazi geopolitici dopo la destrutturazione della ex-URSS. I due fenomeni, pur distinti e procedenti da origini diverse – l’accelerato sviluppo tecnologico degli ultimi due decenni e l’evoluzione neoliberale dei processi economici determinata (e, per alcuni versi, guidata) dalle nazioni e dai centri di potere finanziario ed economico, per quanto riguarda la globalizzazione; i nuovi rapporti di forza tra gli attori globali, per quanto concerne il quadro geopolitico contemporaneo – incidono nelle dinamiche sottese ai mutamenti del costume, alle trasformazioni socio-economiche, nonché alla riformulazione e riclassificazione delle ideologie del secolo scorso.

Considerando il processo di globalizzazione da un punto di vista geopolitico, notiamo che esso rappresenta una specifica manifestazione dell’ espansionismo economico e finanziario degli USA. Tale espansionismo è assicurato dalla particolare prassi statunitense per il controllo del pianeta che, esplicandosi tramite l’azione di frammentazione degli spazi geopolitici oggetto delle mire di Washington, utilizza ad arte le tensioni causate dalle differenze culturali, etniche e religiose delle popolazioni che vi risiedono.

Accanto al wilsoniano principio di autodeterminazione nazionale quale potente strumento ideologico per indebolire le unità geopolitiche da soggiogare, gli USA hanno sviluppato, sul finire del secolo scorso, la dottrina dello scontro di civiltà e riattivato con vigore, allo stesso scopo, la religione dei Diritti Umani.

Il trittico dell’armamentario politico-culturale sopra menzionato agisce sinergicamente su tre distinti livelli. Un primo livello è quello pertinente alla sovranità politica di società complesse (multietniche e pluriculturali) che gli USA e con essi l’intero sistema geopolitico occidentale mirano a depotenziare e frammentare, mediante l’esaltazione delle ideologie nazionaliste autonomiste ed emancipatrici e, dunque, la contrapposizione frontale dei diversi gruppi nazionali ed etnici. Un secondo livello riguarda l’incremento delle tensioni all’interno di gruppi etnici omogenei con la pratica dello scontro di civiltà. Infine, il terzo livello che attiene all’individuo in quanto tale, facendo strame di ogni contesto e sensibilità culturale non in ordine con i principi etici e le norme di stampo occidentale, mediante la diffusione della retorica dei “diritti umani”. Gli esempi certo non mancano a proposito. Si pensi alla ex Jugoslavia, ove i nazionalismi tribali, le religioni prima e la mistica dei “diritti umani” alla Otpor in seguito hanno contribuito – nel quadro delle guerra d’aggressione anglo americana – alla disintegrazione geopolitica della penisola balcanica. Oppure alla campagna diffamatoria portata avanti dai mezzi di informazione occidentali rispetto alla presunta mancanza dei “diritti umani” nella Russia di Medvedev e Putin; od anche, alla continua demonizzazione del governo cinese riguardo alle minoranze nazionali uigure, mongole e tibetane e a quella del governo del Myanmar per la questione karen.

L’evidente nesso tra le pratiche destabilizzatrici (la geopolitica del caos) degli USA per la supremazia mondiale e la strumentalizzazione delle tensioni endogene tra le differenti popolazioni impone una riflessione a tutto campo sul divenire e l’essenza dei popoli dell’intero pianeta. La conoscenza approfondita della propria rappresentazione culturale psicologica (nel senso esplicitato dal geopolitico francese Yves Lacoste) infatti costituisce uno dei principali fattori di cui ogni popolo dispone al fine di trovare la propria funzione nel contesto mondiale, e pertanto il perimetro entro cui coltivare le proprie vocazioni ed ambizioni.

Un tentativo volto a far chiarezza sui caratteri che definiscono gli agglomerati umani nei termini etnoculturali è a nostro parere intrapreso proprio dalla raccolta di saggi che compongono Gentes.

Dopo aver trattato della sovranità e dello spazio in due precedenti raccolte, rispettivamente in Imperium. Epifanie dell’idea di Impero (Effepi, Genova 2005) e ne L’unità dell’Eurasia (Effepi, Genova 2008), Claudio Mutti ci offre ora, con metodologie varie, da quelle proprie all’antichista (vedi i saggi Hyperborea, Aethiopia, Bachofen e il popolo licio, Traci ed Etruschi nell’epica antica), a quelle più tipiche dell’antropologo culturale o dell’analista geopolitico (vedi Un blocco militare nella Grecia del V secolo, Gli uiguri tra l’impero e il separatismo, I letterati e l’indio americano, Il nomos dei senza terra, Chi sono gli antenati degli ebrei?), un’ampia rosa di temi che si ricollegano a ciò che determinano la forma e dunque la coscienza dei gruppi umani che solitamente qualifichiamo col termine generico ed onnicomprensivo di popoli.

Nei brevi ma densi saggi che qui presentiamo tutto ruota infatti, direttamente o indirettamente, attorno al popolo, inteso quale entità ad un tempo creatrice di nuove forme di civiltà e depositaria storica di precedenti stratificazioni culturali, psicologiche ed etniche.

Una particolare attenzione è rivolta alla riflessione metastorica presente sia nella letteratura classica, riguardo allo spazio recepito in senso mitico, sacrale, come nel caso delle pagine dedicate agli Iperborei e agli Etiopi, sia in quella letteratura moderna e contemporanea (rappresentata ad es. da romanzi come L’uomo a cavallo di Pierre Drieu La Rochelle, cui l’Autore fa riferimento nel saggio I letterati e l’indio americano) che sembra concepire lo spazio al pari del paesaggio spengleriano con un suo proprio genius loci, quale fattore codeterminante una particolare etnogenesi. A tal proposito, molto opportunamente Mutti osserva che “a determinare il senso di identità non è tanto l’origine razziale, quanto l’appartenenza ad un ambiente dominato dal genius loci”.

Il rapporto tra lo spazio, l’autorappresentazione come specifico gruppo etnoculturale e la relativa origine ai fini della forma che goethianamente caratterizza una data comunità è ripreso ed analizzato nel caso di altri, come gli Zingari e gli Ebrei. Per quanto riguarda gli Zingari – un popolo itinerante e non nomade, secondo l’originale interpretazione avanzata da Mutti sulla scorta di considerazioni filologiche, sociologiche e storiche – due sono gli elementi che sembrano costituire la cifra che meglio li definirebbe: la mobilità, vissuta come una sorta di peregrinazione sacrale, e il particolare tipo di coesistenza con i sedentari, che l’Autore ritiene approssimarsi al concetto di chimera così come definito dall’etnologo ed eurasiatista sovietico Lev Gumilev.

Nel saggio Chi sono gli antenati degli ebrei?, dopo aver enunciate le varie difficoltà relative allo studio delle origini del popolo ebraico, che solo in parte può ritenersi appartenente alla famiglia semitica, viene ricordato che all’etnogenesi della componente sefardita avrebbero contribuito, nell’antichità, come testimoniato dalla Bibbia e da riscontri storici (Mutti cita in proposito l’importante opera di Maurice Fishberg, The Jews: A Study of Race and Environment) elementi etnici di varia provenienza, cui in epoche successive, a causa della diaspora, se ne aggiunsero altri, mentre riguardo alla componente aschenazita – che costituisce i nove decimi dell’ebraismo mondiale -, si fa riferimento all’origine cazara, sostenuta con dotte argomentazioni da autorevoli studiosi, tra cui Arthur Koestler, Peter Golden, Kevin Alan Brook.

La complessità dei gruppi etnoculturali che hanno concorso alla formazione di un dato popolo è presentata in rapporto all’antico popolo romano nello scritto intitolato Traci ed Etruschi nell’epica antica. Qui Mutti ci fornisce elementi utili per meglio comprendere come il popolo romano abbia potuto costituire, nel suo sviluppo storico, una sintesi etnoculturale (il tipo romano) operata mediante una scelta di tradizioni i cui tratti caratterizzanti paiono essere il costante richiamo alla religiosità delle origini ed il culto dello Stato. Scelta di tradizioni e riferimenti ad ascendenze culturali diverse vengono esposti anche nelle schematiche pagine dedicate al popolo licio, nella cultura politica del quale, osserva l’Autore, l’elemento etnolinguistico indeuropeo corrisponde all’istituto, tipicamente indoeuropeo, senatoriale, “mentre dal sostrato preindoeuropeo proviene quell’aspetto matriarcale che non era sfuggito all’osservazione di Erodoto”.

Oltre la scelta di tradizione attualizzata dai popoli presi in considerazione, nella presente raccolta di studi l’Autore non manca di esaminare i diversi orientamenti ideologici che emergono anche in ambiti etnoculturali sufficientemente omogenei. Nel saggio Un blocco militare nella Grecia del V secolo, ad esempio, viene ripercorsa la contrapposizione ideologica tra gli Spartani, “garant(i) della libertà delle pòleis” e gli Ateniesi, sostenitori della democrazia, cioè del “predominio (kràtos) violento e liberticida della massa del volgo (dêmos)”, in rapporto alle alleanze egemoniche ed alla luce degli specifici interessi geopolitici delle due città greche. Nello studio dedicato agli Uiguri viene posta in evidenza, invece, la strumentalizzazione – recentemente orchestrata da Washington – del particolarismo religioso (l’Islam) ai fini del ridimensionamento della sovranità che Pechino esercita legittimamente sul territorio della Repubblica Popolare.

Il valore di questa rassegna di saggi risiede, a nostro avviso, non soltanto negli elementi che Claudio Mutti porta alla nostra attenzione ai fini di una maggior comprensione dell’essenza e del divenire dei popoli, ma anche nel metodo e nei criteri analitici adottati. Essi saranno sicuramente utili a chiunque voglia cimentarsi sullo stesso argomento.
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Vecchio 06-03-10, 21:45   #55 (permalink)
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Gli occhi di Stalin. La cultura visuale sovietica nell'era staliniana

Piretto G. Piero

Editore Cortina Raffaello

2010, 247 p.

Cinema, cartelloni pubblicitari, monumenti, complessi architettonici: attraverso immagini di grande suggestione si indagano le strategie che hanno contribuito a costruire il sistema sociale, politico e culturale dello stalinismo. Il particolare universo visivo istituito da Stalin - sguardo del dittatore costantemente percepito dal cittadino, grazie alle infinite riproduzioni del corpo (e degli occhi) del capo - caratterizza il ventennio che ha segnato l'affermazione del socialismo reale in Russia, gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. L'ambiguo ma decisivo binomio terrore-euforia è il filo rosso che attraversa i capitoli del libro, dedicati ai differenti ambiti in cui trova espressione il Regime. Dal progetto della ricostruzione di Mosca ai "cantieri socialisti" del Nord, creati per addomesticare la natura; dal recupero di antiche tradizioni russe tradotte nel nuovo linguaggio sovietico alla costruzione di un "corpo collettivo" efficiente e ideologizzato, passando per mostre e parate, scatole di fiammiferi e carte di caramella.
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"Un po' di stalinismo metodologico avrebbe reso il Fascismo la dottrina più formidabile della storia nelle realizzazioni assolute"
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Vecchio 06-03-10, 21:46   #56 (permalink)
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Gengis Khan. Il principe dei nomadi

di Vito Bianchi
pp. 304, ¤ 11,00
Laterza (edizione economica) , 2007




Questa storia nasce fra le genti della steppa, nell’Asia più profonda. È la storia di Gengis Khan: un nomade, un mongolo che seppe aggregare le tribù sparpagliate per le lande asiatiche, e tradurne in formidabile forza d’urto abitudini e abilità secolari. Trasformando pastori e cacciatori in un’orda di guerrieri invincibili, Gengis Khan fonderà un impero esteso in tre quarti di secolo dall’Oceano Pacifico fin quasi al Mediterraneo e dalla Siberia all’Himalaya. Forti di un esercito immenso, preceduti da una fama atroce e leggendaria, i Mongoli sconvolgeranno buona parte dell’Europa cristiana. Ma saranno anche capaci di insediare a Pechino una dinastia ammirata per il suo splendore e di imporre quella pax mongolica che schiuderà all’uomo medievale nuove opportunità di esperienze e relazioni.
Indice:

Prologo – Parte prima Gente della steppa – Capitolo I, Il senso dell’immenso – Capitolo II, Nomadi e no – Capitolo III, Un oceano di popoli – Capitolo IV, Un’infanzia difficile – Parte seconda Un nuovo Khan – Capitolo V, Oltraggi e vassallaggI – Capitolo VI, Giochi di potere – Capitolo VII, Il sovrano oceanico – Capitolo VIII, Verso l’unità – Parte terza L’impero dei Mongoli Blu – Capitolo IX, In ginocchio dal re – Capitolo X, Una legge uguale per tutti – Capitolo XI, La Cina È vicina – Capitolo XII, L’Orda Azzurra e il Regno d’Oro – Parte quarta Fino ai confini del mondo – Capitolo XIII, Nei giardini dell’islam – Capitolo XIV, Il Flagello di Allah – Capitolo XV, La tempesta e la quiete – Capitolo XVI, L’ultima battaglia – Nota bibliografica – Cartine – Indice dei nomi

Vito Bianchi è professore a contratto di Archeologia all’Università di Bari. Archeologo specialista, si è dedicato ai rapporti culturali e religiosi fra l’Europa, il Mediterraneo e l’Oriente. Collabora dal 1999 con la rivista “Medioevo”. Per la collana “Medioevo Dossier” ha firmato le monografie Il castello. Un’invenzione del Medioevo (Milano 2001) e L’Islam in Italia (Milano 2002). Fra i suoi libri più recenti, Sud e Islam. Una storia reciproca (Lecce 2003).
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Vecchio 06-03-10, 21:53   #57 (permalink)
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1) Non vedo come il recensore possa pensare all'eurasiatismo, se non come a un qualcosa che parta dall'intrinseca "eurasiaticità" della Russia.

2) Passi il non condividere l'orientamento filosovietico e filocinese (certo che il bollarli come immondi e torbidi non ci sembra una critica obiettiva), ma l'antiamericanismo è ampiamente giustificato dal discorso geopolitico.

3) Non si capisce cosa l'autore voglia intendere quando parla di "metidealismo"
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Vi siete carlomartellizzati?
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Ma il plurale majestatis è una maniera per parlare in modo "impersonale", io l'ho sempre usato. Il problema di Karl è che ne abusa. :-)
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D’altra parte, anche altrove gl’iniziatori dell’eurasiatismo sono spesso tali che fin da principio non possono produrre un’idea profonda, pura, spirituale. L’antiamericanismo, per quanto necessario, è troppo poco per questo; la geopolitica non è una base sufficiente; l’orientamento filocinese, filonordcoreano o filosovietico sono fattori semplicemente immondi e torbidi. Purtroppo l’idealismo di Mutti, come risulta in questo libro in relazione alla Russia o al presunto eurasiatismo di Eliade, è spesso incontrollato; manca quel metidealismo che, come scriveva Evola, “regna al di sopra delle idee e della forza dell’idea”.
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solo un evolomane poteva scrivere ste stronzate... un commento veramente idiota ad un testo che meriterebbe ben altri recensori.. prima parla di geopolitica insufficiente e poi di idealismo esasperato. Cioè, prima auspica un modello idealistico di riferimento ed un etica che superi la mera concezione onto-geografica, poi accusa Mutti di eccedere in idealismo. E propone un metidealismo, espressione che non ha senso alcuno. Alienazione dell'alienazione proprio. Non postatela sta roba, è penosa.
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Vecchio 07-03-10, 00:55   #60 (permalink)
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solo un evolomane poteva scrivere ste stronzate... un commento veramente idiota ad un testo che meriterebbe ben altri recensori..
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a me sembra solo un coglionomane.. Altro che il Barone.
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«La strada per la grandezza passa attraverso il silenzio.»
Friedrich Nietzsche

«Di fronte al golpe postmoderno che vede l'alleanza tra clan giudiziari e clan dell'informazione è praticamente impossibile difendersi.»
Bettino Craxi
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