In sostanza, la filosofia base del distributismo (social-capitalismo) è la produzione come elemento fondamentale dell’economia; mentre la rendita speculativa è la base fondamentale del liberal-capitalismo, e la coercizione è quella del comunismo (statal-capitalismo). Quindi se l’estrema sinistra è antiliberista, e l’estrema destra è ultraliberista, a rigor di logica il distributismo non potrebbe stare altro che al centro, teoricamente assieme alla socialdemocrazia. Anche da questo paradigma è nato l’equivoco un tempo abbastanza diffuso che il PSDI fosse composto da “camerati che sbagliano”, e l’ammirazione per personaggi antitetici, come Olof Palme o Uhro Kekkonen.
« Gianfranco Fini a Fiuggi non ha deviato di una virgola dalle sue idee di sempre. Fini ha semplicemente ammesso pubblicamente quello che noi abbiamo sempre sostenuto, e cioè che il “fascismo di destra” non è fascismo, e non lo è mai stato » (Pino Rauti)
Con questo non si vuole assolutamente dire che il distributismo debba autocollocarsi al centro, ma rendere l’idea di quanto anacronisticamente fuori dalla realtà sia la classificazione ad arco della politica. Difatti, sempre a rigor di logica,
l’anarchia dovrebbe essere l’estremità “non plus ultra” del liberismo ovvero della destra. Perciò è più realistica una classificazione ottenuta utilizzando un cerchio, nel quale ai diametri opposti stanno comunismo e liberismo, e a metà da una parte socialdemocrazia e dall’altra distributismo. Questo schema conseguentemente smentisce l’assurda concezione degli “opposti estremismi”, in quanto il fanatismo può stare da qualunque parte. Quel partito che nel 2009 usava lo slogan “estremisti di centro” quasi presentando ciò come fosse un ossimoro, dovrebbe fare ammenda per essersi autodefinito fanatico.
Ciò stride comunque con il distributismo, che non è un compromesso, una via di mezzo tra destra e sinistra come lo è la socialdemocrazia, ma è qualcosa di completamente alternativo: una terza via.
Per fare un generico paragone esatto useremo un riferimento esatto (doppio e metà): la sinistra aspira a raddoppiare i salari, la destra a dimezzare i prezzi. In sostanza che differenza passa tra le due cose? Proprio nessuna! Il distributismo esula completamente da questi due propositi equivalenti o da “vie di mezzo”. Come la scienza economica dice con il concetto di “neutralità della moneta” , li lascia affidati alla “mano invisibile”.
L’antiteticità tra distributismo e socialdemocrazia è confermata dal fatto che il partito più avverso al sistema economico distributista che sia mai esistito, l’economicista e “torinese” Partito d’Azione, fosse indulgente verso la socialdemocrazia, chiaramente non per altri motivi se non per contrastare il distributismo favorendo quello che ne era identificato come il compromesso liberista. Esemplare è che il noto “piano di rinascita democratica” del massone Licio Gelli avesse una impostazione chiaramente sincretica socialdemocratico-azionista.
Per non incorrere in equivoci si tenga presente che il sistema socialdemocratico è diverso dal socialismo riformista: il primo è prettamente liberista e sostiene unicamente la redistribuzione tramite imposte; il secondo propugna la statalizzazione in coesistenza con un certo margine di settore privato. In ogni caso nessuno dei due riesce a cogliere il fulcro del problema a cui vorrebbero porre soluzione. Cosa che li distingue entrambi anche dal socialismo craxiano, il quale essendo fondamentalmente improntato sul proudhonismo, ha invece notevole assonanza con il distributismo nell’identificare il lavoro salariato tout court come guasto originale.
“il socialismo di mercato ideato da Proudhon è strettamente legato alle idee di democrazia industriale ed autogestione dei lavoratori” (Robert Graham)