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Predefinito Congo. Una diga per ricchi

Sarà alta 150 metri, disporrà di 50 turbine, costerà 80 miliardi di dollari e sarà in grado di produrre 40mila megawatt di energia, due volte la capacità della diga delle Tre Gole in Cina
Nel suo tour estivo in Africa, il presidente della Banca mondiale Robert Zoellick ha espresso il pieno sostegno dell'istituzione da lui guidata a uno dei più grandi progetti infrastrutturali della storia dell'umanità: la diga di Grand Inga nella Repubblica Democratica del Congo. Un'opera maestosa, impressionante, di quelle che lasciano senza fiato, così come le omonime cascate dove dovrebbe sorgere fra una quindicina d'anni. Basta citare qualche cifra per avere una vaga idea della sua grandezza: sarà alta 150 metri, disporrà di 50 turbine, costerà 80 miliardi di dollari e sarà in grado di produrre 40mila megawatt di energia, due volte la capacità della diga delle Tre Gole in Cina, altro sbarramento famoso per le sue dimensioni ciclopiche - e per i suoi impatti devastanti sulle popolazioni locali e sull'ambiente. Impatti che la regione attraversata dal fiume Congo ha già subito a causa della costruzione di altri impianti, Inga 1 e Inga 2, durante i lunghi anni di dittatura di Joseph Mobutu. Due mega-dighe, attualmente in fase di ammodernamento sempre grazie ai soldi dei banchieri di Washington, che hanno sempre funzionato a scartamento ridotto ma "in compenso" hanno contribuito a generare buona parte del debito contratto negli anni Settanta e Ottanta da Kinshasa. A differenza dei suoi due predecessori, Gran Inga avrà delle conseguenze dirette di portata inferiore, soprattutto perché la zona interessata è scarsamente popolata.

Tuttavia di problemi e perplessità legate alla sua realizzazione ce ne sono a bizzeffe. Tanto per cominciare, il progetto prevede la realizzazione di almeno tre linee di trasmissione dell'elettricità a lunga distanza: una, di 3.500 chilometri, fino al Sud Africa, un'altra verso la Nigeria, mentre la terza, di ben 5.600 chilometri, dovrebbe attraversare tutta l'Africa per arrivare in Egitto e nei Paesi dell'Europa meridionale. Ciò che si dice oggi, infatti, è che l'unica possibilità per rendere economicamente sostenibile Grand Inga è costruire una linea di trasmissione che arrivi al Mediterraneo, per vendere elettricità all'Italia, l'Egitto e alla Turchia in primis. Insomma, sebbene in Africa solo il 30 per cento della popolazione abbia accesso all'energia elettrica (ma in alcuni casi si scende al 10), si intende tirare su un mega-impianto che alla fine dovrebbe andare in buona parte a vantaggio dei paesi più ricchi e delle loro multinazionali, che ovviamente si occuperanno dei lavori di costruzione. Come se non bastasse, la varie linee di trasmissione attraversano zone "calde" del Continente Nero, aree di pregio ambientale e circa 2mila chilometri di deserto. La possibile militarizzazione di ampi tratti del percorso, gli impatti sugli habitat naturali e i costi di manutenzione altissimi soprattutto per i segmenti installati nelle zone più inaccessibili fanno sorgere più di un dubbio sulla reale fattibilità economica del progetto.

Vista l'enorme quantità di denaro necessaria per veder sorgere Grand Inga, sono tante le realtà pubbliche e private che si sono dette interessate al suo finanziamento, che la Repubblica Democratica del Congo non si può permettere. Oltre alla Banca mondiale, si sono già fatte avanti la Banca africana per lo sviluppo, il World Energy Council e un nutrito gruppo di istituti di credito. Altre agenzie di sviluppo, invece, ritengono che con una spesa infinitamente minore e puntando sul fotovoltaico si potrebbe dotare di energia elettrica la popolazione locale che è sparsa su un territorio molto vasto e per la maggior parte non vive nelle grandi città. Ma questi "dettagli" sembrano interessare ben poco le grandi istituzioni finanziarie internazionali.

Luca Manes

PeaceReporter - Congo. Una diga per ricchi
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