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Comunismo e Comunità Laboratorio per una nuova teoria anticapitalista

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"Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels

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Storia delle Brigate Rosse


Il libro, con severità metodologica, restituisce tutta la complessità
dell’esperienza delle Brigate Rosse, «nata all’interno delle grandi
fabbriche», e poi giunta a toccare «il cuore dello Stato».

Eur 25.00
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Amnon Kapeliouk

Sabra e Chatila. Inchiesta su un massacro. Presentazione di Helarion Capuci. Introduzione di Stefano Chiarini.

Ed. C.R.T.

Premessa

Quando, nel 1983, decidemmo di pubblicare questo libro motivammo così la nostra scelta:

«Il testo che pubblichiamo si inserisce nel quadro di una pubblicistica
sempre più rara, una pubblicistica che fa della verità e
dell’indipendenza di giudizio la base irrinunciabile di ogni attività
di documentazione e di analisi della realtà. Pensiamo a chi, sia pure
da un ben preciso punto di vista, sappia e voglia attenersi ai fatti, ignorando le interpretazioni di comodo della realtà».
E Amnon Kapeliouk, che aveva scritto in meno di due mesi l’inchiesta su
quell’orribile carneficina che si svolse nei campi profughi di Sabra e
Chatila, a Beirut, apparteneva di diritto a simile pubblicistica, con
il suo esempio di impegno e di dignità intellettuale innanzitutto nei
confronti del popolo palestinese martoriato e misconosciuto.

Oggi, dopo più di vent’anni, questo popolo subisce, sulla sua terra,
ancora violenze e distruzioni. E oggi, come più di vent’anni fa, Amnon
Kapeliouk è lì, ancora una volta con il suo coraggio e la sua dignità
di uomo. Questa volta non gli si potrà imputare (anche se a torto,
allora) nessuna incertezza sulle responsabilità di Sharon. A pochi
giorni dall’incubo vissuto nei campi profughi di Jenin da più di
quattordicimila palestinesi asserragliati in un chilometro quadrato e
bombardati da carri armati a da elicotteri da combattimento Cobra, è andato di persona a Jenin, per un’altra inchiesta. E, su Le Monde Diplomatique di maggio 2002, in un articolo dal titolo Jénine, enquete sur un crime de guerre, comincia così:
«Il paesaggio sfida qualsiasi descrizione. Un’incarnazione dell’orrore, una
visione dopo un uragano. Case distrutte, un tutto o in parte, rottami
di cemento e di ferro, grovigli di fili elettrici. Auto polverizzate
dai carri armati o dai missili aggiungono una dimensione di barbarie a
questo spettacolo spaventoso. Un puzzo acre di cadaveri aleggia sulle
macerie. Non resta nulla delle infrastrutture».
Non è nostra intenzione riassumere l’inchiesta di Kapeliouk. Vogliamo però
sottolinearne due aspetti. Il primo è relativo alla sua capacità di
andare a fondo, di cogliere l’essenziale, in questo caso, della
mostruosità. Riesce a farsi raccontare come tutto il campo profughi
fosse diventato un bersaglio estremamente differenziato. Con il
satellite, sono state rilevate le posizioni delle 1100 case e a
ciascuna di esse è stato assegnato un numero, di quattro cifre precisa
l’interlocutore. Sopra Jenin volavano sempre due Cobra, e i
piloti di turno ricevevano un numero, più semplice di così! Il secondo
aspetto riguarda la qualifica di questi attacchi, che nonostante tutto
hanno richiesto otto giorni per vincere la resistenza del popolo
palestinese di Jenin. Kapeliouk non ha dubbi, si tratta di un crimine
di guerra dello Stato d’Israele. Un terrorismo di stato in piena
azione, ci viene di concludere.

L’attuale edizione è in tutto identica alla precedente, fatte salve evidentemente
la presentazione di monsignor Helarion Capucci e l’introduzione di
Stefano Chiarini. Anche l’appendice, nella quale l’autore esprime le
sue critiche e le sue riserve al documento conclusivo della commissione
d’inchiesta israeliana sui massacri di Sabra e Chatila, il famoso
rapporto Kahane, è di Amnon Kapeliouk, ed era presente nella prima edizione.


Giancarlo Paciello

Carmine Fiorillo
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Costanzo Preve, Un secolo di marxismo.Idee e ideologie


Spetta certamente al lettore dirlo, e non a me, ma mi sia egualmente
consentito dire che questi due libri presentano un profilo teorico e
filosofico personale che ritengo coerente, ed in ogni caso originale.
Esso è tuttavia (non so se purtroppo o per fortuna) talmente anomalo
nel panorama del marxismo italiano contemporaneo, e talmente estraneo
ai codici non scritti ma egualmente ferrei del “politicamente corretto
di sinistra”, da rischiare di non essere compreso né nei suoi termini
né nelle sue intenzioni. L’ostilità dei dogmatici e l’indifferenza dei
superficiali non mi spaventano, perché devono essere messe in conto. Mi
preoccupa invece un’altra cosa, e cioè che il destinatario ideale, cioè
colui che sa bene che non ci sarà nessuna vera rifondazione di un
pensiero comunista senza un bilancio critico del passato, e ne conservi
una memoria non selettiva e non manipolata (anche se ovviamente
“filtrata” attraverso categorie personali), non venga a conoscenza
oppure non percepisca la natura di quanto gli viene proposto.
Al di fuori dell’Introduzione, che però è di gran lunga il testo più
ambizioso del libro, gli altri otto saggi sono stati pubblicati (o sono
in corso di pubblicazione) dalla rivista Praxis (C.P. 43, 06034
Foligno - PG). Questa rivista però non viene distribuita nelle
librerie, ma solo consegnata per abbonamento o per distribuzione detta
“militante”. La pubblicazione in libro era dunque necessaria, tanto più
quanto più la possibile, ma non assicurata ed oggi neppure ancora
probabile, ricostruzione filosofica del marxismo passerà attraverso
persone e gruppi intellettuali estranei alla militanza attuale, di cui
a torto o a ragione percepiscono la natura di tattica senza vera
strategia, e di presenzialismo esasperato senza vera profondità di
pensiero.
La rivista Praxis unisce commento politico, informazione antimperialista e dibattito teorico.
Dovrebbe dunque essere segnalata, recensita, criticata. Ma chi crede questo è
purtroppo un ingenuo, perché crede che esista una sorta di “opinione
pubblica di sinistra” che fornisce al lettore tutte le informazioni
necessarie salvaguardando il pluralismo delle fonti e delle posizioni.
Sappiamo che non è così. L’informazione avviene mediante la tecnica del
silenzio, cioè della non-informazione. A prima vista questo è strano,
ma anche in questa follia esiste una logica. La sinistra, compresa
quella che si sente soggettivamente più lontana da Stalin, ha
introiettato dallo stalinismo il concetto di “nemico del popolo”, che
oggi non può più fortunatamente essere imprigionato ed ucciso, ma può
ancora essere “silenziato”, e condannato ad un’esistenza larvale nei
borbottii e nei pettegolezzi di cerchie ristrettissime di “addetti ai
lavori”. Segnalato è sempre e soltanto quanto fa “notizia” (anche se
meno ovviamente dello spettacolo sportivo, dello spettacolo porno ed
infine dello spettacolo della violenza e della morte in diretta),
oppure quanto può essere ideologicamente utilizzato per supportare una
certa linea politica di organizzazione.
Questi nuovi saggi di marxismo e filosofia, insieme al libro precedente e
complementare, non possono essere usati ideologicamente da nessuna
forza politica italiana di sinistra in questo periodo storico, per il
semplice fatto che essi prospettano una rifondazione radicale, e non un
semplice adattamento, sia pure variamente “nuovistico”. Per alcuni
questo è un segnale di debolezza. Per me è esattamente il contrario, un
segnale di grande forza ed autonomia. Ciò che generalmente oggi passa
per marxismo e per comunismo è a mio avviso come le automobili nel
gioco dei bambini, che in realtà non si possono muovere perché sono
immaginarie, ed allora vengono sostituite da rumori con la bocca.
Vrroom, vroom, vroom.

Il libro precedente Marxismo e Filosofia proponeva un insieme coerente di tesi
che richiamo qui brevemente. La crisi del comunismo è una crisi strategica di
prospettiva storica, e non solo una crisi politica di alleanze tattiche parlamentari.
La crisi del marxismo è una crisi strutturale di paradigma teorico, e non se ne
uscirà senza una vera crisi scientifica ed una rivoluzione scientifica,
e non solo con semplici aggiunte, recuperi ed aggiornamenti. Il
marxismo è in ultima istanza una proposta scientifica, merita questa
impegnativa parola e non la usurpa, ma non è comunque mai una scienza
come la fisica di Newton o la chimica di Lavoisier, poiché è una
scienza filosofica, perché comprende nel suo statuti l’interpretazione
dell’azione umana libera (libera in quanto si muove liberamente nei tre
ambiti del lavoro, del linguaggio e della consapevolezza anticipata
della propria finitezza, cioè della propria morte). L’etica del
marxismo non è un’etica del fanatismo, dell’ascetismo e neppure del
dovere, ma è un’etica della felicità e della solidarietà. La religione
oggi si manifesta nella esteriorizzazione della potenza della tecnica e
dell’economia, non più nel riferimento trascendente ad un Dio
monoteistico, e quindi il vecchio ateismo non coglie più la natura
della legittimazione e della giustificazione del dominio. Per quanto
riguarda l’economia politica, il marxismo non è una specie di economia
politica di “sinistra” (come i vari marxismi di tipo smithiano,
ricardiano e keynesiano), ma è un’alternativa globale all’economia
politica, perché ha un altro oggetto ed un altro metodo. A proposito di
Hegel, il principale riferimento filosofico del marxismo, non si tratta
di rovesciarlo (proposizione a mio avviso insensata), ma semplicemente
di applicare la sua logica e la sua ontologia (e cioè la sua logica
ontologica) al nuovo oggetto scientifico definito modo di produzione
sociale. Il post-moderno, infine, non è una maligna invenzione di
ideologi del capitalismo (deboli o forti che siano), ma è il pensiero
“normale” dell’epoca della produzione flessibile, della precarietà del
lavoro, del dominio della finanza e della pubblicità sulla produzione,
del virtuale e dell’iperrealista in estetica, eccetera. In quanto alla
globalizzazione, essa non è per nulla purtroppo il superamento
dell’imperialismo, ma è la forma relativamente nuova che l’imperialismo
assume oggi, in un’epoca di supremazia militare e culturale degli USA.

Ho riassunto qui brevemente i nove punti principali di Marxismo e filosofia,
per il fatto che ritengo che tutto ciò che viene scritto può anche
essere riassunto, e respingo la vuota profondità dell’inafferrabile.
Inoltre, lotto come posso contro le strategie dell’oblio, per cui
bisogna sempre ripetere cose ampiamente dette e ridette. Anche in
questo nuovo libro di saggi il lettore troverà molte ripetizioni, anche
perché l’Introduzione riassume comunque molte cose analizzate
dettagliatamente negli otto capitoli successivi. Poco male. Chi scrive
è seguace del motto repetita juvant. Gli antichi credevano
giustamente nella ripetizione. Solo il mondo pseudomoderno della
rapidissima obsolescenza merceologica, base strutturale della fine
della memoria, non lo capisce.
Per passare a
questo nuovo libro di saggi, l’Introduzione è a mio avviso il “pezzo”
più importante del libro. Dal momento che, insieme con Gunnar Myrdal,
io credo che la cosiddetta “oggettività” nelle scienze sociali non
consista nella “avalutatività” (come pensava il grande Max Weber), ma
solo nella chiara esplicitazione dei propri presupposti teorici, in
questa introduzione io esplicito sia la mia tesi sullo statuto della
conoscenza filosofica in Marx e nel marxismo (cioè purtroppo della
scelta di fondazione non-filosofica, e quindi potenzialmente
nichilistica), sia la mia proposta di periodizzazione in cinque momenti
storici successivi distinti (1875-1914, 1914-1931, 1931-1956, 1956-1991
ed infine oggi dopo il 1991). Al lettore lascio ovviamente il giudizio
critico.
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Vecchio 25-11-09, 15:56   #4 (permalink)
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Costanzo Preve

Marxismo, Filosofia, Verità.

Ed. C.R.T.

Alle soglie del terzo millennio, ed a quasi un decennio dalla crisi
e dalla dissoluzione catastrofica del sistema di stati e di partiti del
comunismo storico novecentesco, è opportuno rilanciare la parola
d’ordine di un progetto di ricostruzione di una “filosofia marxista”?
A questa domanda daremo in questo testo una risposta negativa. Riteniamo
questa parola d’ordine inopportuna e fuorviante. Sono tuttavia
moltissimi i filosofi che darebbero oggi una risposta negativa di
questo genere, e ci si può allora chiedere che utilità abbia dedicare
un ennesimo testo ad argomentare una posizione oggi tanto
universalmente condivisa.
Riteniamo che questo testo abbia una sua utilità ed una sua specificità,
per una ragione semplicissima, che enunceremo immediatamente.
Nella stragrande maggioranza dei casi, chi sostiene la tesi dell’inopportunità di un
rilancio della parola d’ordine di un progetto di ricostruzione di una
“filosofia marxista” lo fa all’interno di un giudizio etico-politico
che fa da presupposto, esplicito o implicito, a questa tesi. E questo
presupposto sta nella rinuncia a criticare radicalmente la totalità dei
rapporti capitalistici di produzione oggi rimondializzati, in favore di
“strategie” etico-politiche neo-liberali o variamente “riformistiche”.
Questo testo si muove invece in un’ottica radicalmente opposta.
L’invito a non porsi la parola d’ordine fuorviante della ricostruzione
di una “filosofia marxista” è rivolto proprio perché si intende
perseverare ed anzi insistere in una prospettiva filosofica
radicalmente anticapitalistica. Come si vede, si tratta di un’ottica
per lo meno inabituale ed inaspettata. In generale, coloro che si
pronunciano per una ricostruzione della filosofia marxista lo fanno
proprio perché considerano questa mossa teorica indispensabile per
mantenere ed anzi rafforzare una posizione etico-politica
anticapitalistica. Dal momento che la nostra posizione è rovesciata, è
necessario portare alcune concise argomentazioni per difendere questo
punto di vista solo apparentemente eccentrico e paradossale, e che è
invece ispirato ad un “razionalismo filosofico” semplicemente un po’
diverso da quello abituale e corrente fra coloro che mantengono una
posizione etico-politica globalmente anticapitalistica.
Argomenteremo le nostre tesi in modo estremamente conciso, ma anche (speriamo)
comprensibile. In primo luogo, richiameremo due grandi tentativi,
compiuti nel periodo storico 1956-1989 – e motiveremo la scelta di
questa periodizzazione –, per ricostruire una credibile filosofia
marxista: si tratta dei due tentativi di Louis Althusser e di György
Lukàcs, considerati dalla maggior parte dei critici incompatibili ed
alternativi, e che invece consideriamo complementari e convergenti. In
secondo luogo, faremo un passo indietro, chiedendoci se esista un
profilo filosofico univoco e coerente nel pensiero originale di Karl
Marx, e daremo a questa domanda una risposta esplicitamente negativa.
Riteniamo anzi, in modo volutamente “estremistico”, l’esistenza di una
filosofia di Marx una vera e propria “leggenda”. In terzo luogo,
chiariremo le due ragioni fondamentali, su cui non ci stancheremo mai
di richiamare l’attenzione al rischio di sembrare noiosi, pedanti e
ripetitivi, per cui il marxismo dopo Marx è sorto e si è sviluppato con
un “codice filosofico” spaventosamente inadeguato e strutturalmente
nichilistico: la presunta dicotomia materialismo/idealismo e la
negazione del carattere veritativo della filosofia, ridotta ad ancella
epistemologica delle scienze positive o ad integrazione “metafisica” di
un’ideologia programmaticamente non universalistica. In quarto luogo,
sosterremo che i due principali paradigmi filosofici del marxismo
dell’ultimo secolo, il paradigma Scienza/Storia ed il paradigma Proletariato/Rivoluzione,
paradigmi peraltro convergenti nella loro più profonda essenza, non
sono mai usciti, e non potevano peraltro uscire, dal codice
nichilistico iniziale. In quinto luogo, faremo rilevare il carattere
non realistico ed artificiale di una rifondazione filosofica “non
nichilistica” del marxismo, a causa dell’intreccio inestricabile fra le
ipotesi scientifiche e le posizioni ideologiche di Marx e dei marxismi
successivi e la loro “ricaduta filosofica”. In sesto luogo, ed in
conclusione, faremo notare che questa conclusione, apparentemente
negativa e pessimistica, è in realtà la premessa possibile di un
atteggiamento positivo ed ottimistico, che fa diventare il marxismo nel
suo complesso un momento – sia pur fondamentale e tuttora parzialmente
non esaurito – dell’opposizione al capitalismo, e non invece – come si
espresse a suo tempo Sartre – un orizzonte insuperabile del pensiero anticapitalistico. Come si vede, nessuna conclusione negativa e pessimistica, ma anzi esattamente il contrario.
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Vecchio 25-11-09, 15:59   #5 (permalink)
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Ultimi fuochi di Resistenza

Massimo Recchioni

La biografia di un importante militante della Volante Rossa,
un’organizzazione di ex partigiani comunisti milanesi appartenuti alle
brigate garibaldine che negli immediati anni del secondo dopoguerra
decisero di non deporre le armi e di continuare una vigilanza e una
concreta attività antifascista quotidiana. Insediati presso la Casa del
Popolo di Lambrate, e legati da solidi rapporti affettivi oltre che
ideologici, i militanti della Volante Rossa furono operativi fino al
1949, anno in cui la polizia riuscì a sgominarli definitivamente. Nel
1951 il processo a loro carico si concluse con ventitrè condanne
comprensive di quattro ergastoli. I condannati alle massime pene
riuscirono, con il sostegno del Partito comunista, a riparare in
Cecoslovacchia. A sessant’anni dai fatti narrati, la testimonianza del
protagonista di questo libro è un documento di eccezionale importanza
storica.
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Tommaso De Lorenzis, Valerio Guizzardi, Massimiliano Mita
Avete pagato caro. Non avete pagato tutto
La rivista Rosso (1973-1979)
pagg. 108 €18
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Vecchio 25-11-09, 16:07   #7 (permalink)
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Antonio Negri
I libri del rogo
Crisidello Stato-piano
Partito operaio contro il lavoro -Proletari e Stato
Per la critica della costituzione materiale - Il dominio e il sabotaggio
pagg. 320 €18
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A cura di Giuseppe Trotta e Fabio Milana
L'operaismo degli anni Sessanta
Dai «quaderni rossi» a classe operaia
Con un saggio introduttivo di Mario Tronti
pagg. 912 €50
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Cyril Lionel Robert James

I giacobini neri
La prima rivolta contro l'uomo bianco

Prefazione di Sandro Chignola; Postfazione di Madison Smarrt Bell
pagg. 364 €25

Il libro


Nell'anno 1789 la colonia francese di Santo Domingo nelle Antille francesi
forniva alla madrepatria i due terzi del suo commercio internazionale e
rappresentava il massimo mercato della tratta europea degli schiavi.
Era la colonia più fiorente del mondo, l'orgoglio della Francia e l'invidia di
ogni altra nazione imperialista.
Nell'agosto del 1791 scoppiò sull'isola la rivolta degli schiavi, che
si sarebbe protratta per i successivi 12 anni e sarebbe sfociata, nel
1803, nella dichiarazione d'indipendenza di Haiti.
Storicamente, l'insurrezione antillese è la prima rivolta contro la
schiavitù a conoscere un esito positivo; la prima forma di indisciplina
di massa contro l'uomo bianco e la sua dominazione coloniale; il primo
indelebile scacco degli eserciti nazionali di fronte a una moltitudine
di schiavi.
Dalla rivolta degli schiavi antillesi prenderanno le mosse i movimenti
di liberazione nazionale che hanno, nel corso del XIX e XX secolo,
progressivamente smantellato gli antichi imperi coloniali. A questa
rivolta, e al suo principale protagonista Toussaint Louverture,
guarderanno tutti i rivoluzionari che nell'arco dei due secoli si sono
battuti per la liberazione delle popolazioni oppresse del Sud del
mondo. Toussaint Louverture, l'ex schiavo nero che guiderà la rivolta
contro gli eserciti europei, diventa così l'emblema di un'esperienza a
cui guardare anche oggi, alla luce dei fallimenti di quei movimenti di
liberazione nazionale che con tanta forza si opposero al colonialismo.
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Frantz Fanon

Scritti politici - volume I

Per la rivoluzione africana

Prefazione di Miguel Mellino; Postfazione di Paul Gilroy
pagg. 224 €17
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